Maha Shivaratri
Si celebra il Maha Shivaratri, cioè la Notte del dio Shiva. I suoi adoratori lo considerano unanimemente come il momento più sacro dell'anno.
Articolo tratto da Corriere.it
"Il lavoro minorile è una brutta piaga...ma anche i maggiorenni che non fanno un cazzo!"
tra i dieci paesi dove la sperequazione tra ricchi e poveri è maggiore. L’ineguaglianza è abissale. Anche nella ridistribuzione della terra. Gli scontri etnici più cruenti di questi mesi, infatti, sono avvenuti nella Rift Valley, la zona più fertile. Tuttavia, gli avvenimenti tragici hanno fatto emergere anche la forza di un attore di cui si parla poco in Africa: la società civile. Seconda settimana di febbraio. Di ritorno da Marsabit, il capoluogo della provincia orientale, ai confini con l’Etiopia, atterro all’aeroporto Wilson, quello adibito ai voli interni. Un gruppo di turisti – tutti rigorosamente in tenuta kaki, cappello a falde larghe, armati di macchina fotografica o telecamera ultimo modello – si preparano a imbarcarsi sull’aereo che li porterà al parco del Maasai Mara. Il clima è sereno, direi quasi spensierato. Mi sembra di sognare: ma è questo il Kenya delle rivolte nelle baraccopoli di Mathari e di Kibera e degli eccidi nella Rift Valley? Due Kenya contrapposti. Salgo su un taxi, che mi porta a casa. Lasciando Kibera, passo davanti a un centro commerciale. Il parcheggio è stracolmo di auto e di gente che fa le spese per il fine-settimana. Lì ci sono negozi con articoli di lusso che non hanno niente da invidiare a quelli occidentali. Ma è questo il Kenya della miseria abietta e degli scontri etnici? Due Kenya, lontani anni luce. Il giorno dopo, mi capita di passare per Kileleshwa, una delle zone signorili di Nairobi: ville immerse nel verde e gente rilassata che passeggia per strada. Un Kenya quasi ovattato. Mi fermo per acquistare il quotidiano. Le prime pagine riportano foto e notizie dei 300mila rifugiati e sfollati, degli oltre mille morti, delle violenze inaudite... Ma di quale Kenya stiamo parlando? Un Kenya dissociato. Un paese malato. Ma non da ora. L’isola felice circondata da vicini instabili è un sogno del passato che, forse, è esistito solo nei dépliant turistici o nelle cancellerie occidentali. In questo paese c’è una divisione scandalosamente abissale tra ricchi e poveri. Uno studio pubblicato nel 2004, intitolato Pulling Apart. Facts and Figures on Inequality in Kenya, mostra una realtà sconvolgente. Un Kenya diviso, appunto, che si basa sull’ineguaglianza sistematica. C’è, quindi, un Kenya del povero e uno del ricco; delle province del centro, più ricche, e di quelle del nord, più povere; dell’uomo e della donna; di chi è malato e può curarsi e di chi non può avere le medicine; di regioni dove l’aids è endemico e di quelle dove è quasi inesistente; di chi ha acqua e di chi non ce l’ha; di chi va a scuola in strutture decenti e di chi non ci va. Insomma: un Kenya schizofrenico. Lo stesso studio afferma che il 10% delle famiglie più ricche controlla il 42% della ricchezza nazionale, mentre al 10% più povero rimane lo 0,76%. Per ogni scellino kenyano che i poveri guadagnano, i ricchi ne guadagnano 56. Il Kenya è tra i dieci paesi dove la sperequazione tra ricchi e poveri è maggiore. Come meravigliarsi, quindi, se la distribuzione della ricchezza sia stato uno dei punti forza della campagna elettorale dell’opposizione e se molta gente, con la mancata elezione dell’opposizione alla presidenza, si sia sentita negata dei suoi diritti fondamentali? Ma, si sa, niente qui è solo politico o economico: le recriminazioni si sono rivolte contro gruppi etnici, accusati di eccessivi privilegi a danno di altri. Ma c’è anche una crisi sociale particolarmente acuta: erosione dei valori culturali; aumento della criminalità; numero sempre maggiore di giovani senza lavoro; un sistema scolastico e sanitario in d
ecadenza; collasso di molte comunità rurali; aumento della violenza familiare; la piaga dell’aids; un’urbanizzazione selvaggia, che fa di Nairobi la città africana con la più estesa baraccopoli, Kibera. A questi problemi se ne associano altri, di dimensioni più planetarie, ma che acutizzano le difficoltà locali: il cambiamento climatico e la globalizzazione del commercio e della finanzia, che mira solo al profitto e alla privatizzazione. La mancanza di rispetto dei diritti umani e l’aumento del divario tra ricchi e poveri sono le conseguenze più perverse di questa globalizzazione economica, che prende le forme di un capitalismo neo-liberista. E una forte crisi sociale è un potente carburante di instabilità. Se ne è avuta la prova in queste settimane. Le bande che distruggevano e uccidevano erano formate da giovani e giovanissimi. La tolleranza e il dialogo, retaggio della migliore cultura africana, sembravano persi nella follia generale. Ma c’è anche l’insoluto problema della distribuzione della terra. L’opposizione parlava di majimbo nel suo manifesto elettorale, cioè di federalismo, decentramento dei poteri dal centro alla periferia. Non si tratta di una proposta di semplice riorganizzazione statale. Molti altri fattori entrano in gioco. Primo fra tutti la distribuzione della terra e, quindi, il diritto di amministrare la terra “ancestrale” da parte delle popolazioni autoctone, con l’esclusione degli “stranieri”, cioè dei non originari del luogo (particolare, questo, che porta in sé pericolosi risvegli del demone dell’ideologia della differenza tribale, dell’odio e dello scontro etnico). Ho avuto una riprova di come la terra sia il problema fondamentale in Kenya durante lo stesso viaggio di ritorno da Marsabit, con un piccolo aereo Cessna a cinque posti. Vista mozzafiato: sotto di me il deserto, immenso, uniforme, scarsamente abitato e lo sguardo che sembrava perdersi all’orizzonte. Man mano, però, che mi avvicinavo al Monte Kenya, il paesaggio cambiava: il giallo del deserto si tramutava nel verde delle colline e dei campi coltivati. Ogni metro messo a coltura. Gli agglomerati urbani molto più popolati e gli spazi decisamente più stretti. Impressionante la densità della popolazione in queste zone. Questo è un altro problema: due terzi del territorio è coperto da zone aride e semiaride, inadatte alla coltivazione. Se si collega questo dato al fatto che la popolazione è quadruplicata negli ultimi 40 anni, ci si può rendere conto di come la questione della terra sia diventata vitale. E, appunto, la sua distribuzione è sta
to un secondo cavallo di battaglia dell’opposizione, con evidenti ricadute etnico-tribali. Il problema non è di facile soluzione. Gli scontri etnici più cruenti sono avvenuti nella Rift Valley, cioè nella zona più fertile del Kenya. Terra ancestrale del gruppo linguistico kalenjin, era stata presa d’assalto da popolazioni di etnia diversa fin dal tempo dell’indipendenza del paese (1963), quando Jomo Kenyatta, il primo presidente, cominciò a ridistribuire le terre lasciate dai coloni bianchi, favorendo sfacciatamente, però, la sua etnia, i kikuyu. In seguito, anche altri gruppi vi si stabilirono in modo permanente. Su questi altopiani, considerati il granaio del Kenya, gli scontri etnici non sono nuovi. Sono avvenuti nel 1992, poi nel 1997 e, infine, nel 2007, sempre in connessione con le elezioni politiche. Ma il vero problema non è la politica, e nemmeno l’etnia. È la terra e una popolazione, in continua espansione, che la reclama. Quindi, la Rift Valley, denominata la “Valle felice” al tempo della colonizzazione inglese, è stata ora ribattezzata la “Valle della morte”. Oltretutto, alcune famiglie (i Kenyatta, i Moi, i Kibaki, tanto per citare i nomi dei primi tre presidenti “padroni” del paese), sono grandi proprietari terrieri, con possedimenti proprio in questa valle. La ridistribuzione equa della terra diventa, quindi, un problema di giustizia sociale, oltre che di stabilità sociale. A lottare per la terra non sono solo le popolazioni sedentarie. Anche le etnie di pastori nomadi e seminomadi del nord vedono le aree da pascolo ridursi a vantaggio di altri usi per altre popolazioni. Qui il problema assume un carattere regionale, perché coinvolge gruppi di confine, in costante lotta per i pascoli e le riserve d’acqua: i karimojong dell’Uganda, i topossa del Sud Sudan, i pokot e i turkana del Kenya, i borana e i gabbra, lungo la frontiera tra Kenya ed Etiopia. Qui il conflitto è esacerbato dalla disponibilità e dall’acquisto di armi automatiche, che rendono le zone di confine endemicamente insicure. Un libro pubblicato nel 2000, Kenya at the Crossroads (“Il Kenya al crocevia”), descriveva alcuni possibili futuri scenari per il paese. Uno di questi – che prevedeva con precisione ciò che sta accadendo oggi – pronosticava la dissoluzione dello stato nazionale e l’emergere di entità territoriali su base etnica. La gente si sarebbe ritirata nel proprio territorio ancestrale, consolidando la propria appartenenza clanica. Le milizie etniche si sarebbero trasformate in veri e propri eserciti. Uno scenario terrificante, pronosticato come «molto probabile». Tutto ciò oggi sembra realtà: le popolazioni si spostano verso le loro terre d’origine, dove si sentono più sicure. A Nairobi, ogni giorno, si vedono persone che caricano le proprie masserizie su carretti o camioncini e si spostano verso aree dove il proprio gruppo etnico è prevalente. Nonostante questo possibile scenario apocalittico, rimango ottimista. Non solo per i molti atti di eroismo di singole persone e per la significativa presenza di chi ha parlato con la voce della ragione in un momento di
pazzia collettiva. Ma anche – e soprattutto – perché questi avvenimenti tragici hanno fatto emergere la forza e la vivacità di un attore di cui non si parla molto in Africa. Un attore che diventerà il vero motore del cambiamento in questo paese. Un attore che, già in questi mesi, ha dato voce alla tolleranza e al dialogo. Il suo nome? Società civile. Al di là delle morti e delle distruzioni, e ben oltre le mediazioni internazionali che non sembrano sortire accordi, vedo il prezioso lavorio di tanti movimenti di organizzazioni non governative, di gruppi religiosi, di giornalisti ed editori, di artisti e imprenditori e sindacalisti... che vogliono un Kenya nuovo, più vivibile, più giusto. Io scommetto su di loro.
, secondo un ricercatore israeliano, si trovava sotto l'effetto di droghe quando sul Monte Sinai Dio gli consegnò i Dieci Comandamenti. Le sostanze attive che provocano illusioni sensoriali, quali gli allucinogeni, avrebbero avuto un ruolo importante durante i riti religiosi degli israeliti ai tempi della Bibbia, ha spiegato il ricercatore Benny Shannon nella rivista di filosofia «Time and Mind». Nel caso di Mosè, dice il professore di psicologia cognitiva all'università di Gerusalemme, non si è trattato di un «evento sovrannaturale». Ma non è neppure solo leggenda: «E' molto più probabile che la vicenda si sia svolta sotto l'effetto di qualche droga psichedelica», ha detto Shannon ieri alla radio israeliana. Mosè sarebbe stato alterato anche quando vide «il cespuglio di spine ardente», dove si manifestò l'angelo di Jahweh, appunto, sotto la forma di una fiamma di fuoco. Anche in questo caso all'origine delle «visioni» ci sarebbero stati delle sostanze narcotizzanti.
La Bibba riporta che le persone udivano dei suoni, e questo è uno dei classici fenomeni col quale si manifestano certe droghe». Molti culti amazzonici utilizzano a scopi rituali l'ayahuasca, un intruglio vegetale, che combinato sintetizza la molecola in questione e provoca degli effetti psicoattivi. La sostanza è ancora usata frequentemente dagli sciamani o stregoni indigeni in Amazzonia. «Anch'io ho avuto delle visioni, che avevano significati religiosi e spirituali», ha detto lo scienziato che afferma di aver testato il miscuglio.
Gli effetti psichedelici sono comparabili con la sostanza estratta dalla corteccia dell'albero di acacia. E quest'albero viene menzionato spesso nella Bibbia, dice in conclusione Shannon al Time and Mind Journal of Philosophy.
Ciome Josephine: ha allestito un «negozio» di fortuna dove vende verdure. Lei, il marito e i loro 7 figli sono fuggiti dalla città di Kamora nell'ottobre scorso: «Eravamo in casa. D'improvviso gli uomini armati hanno cominciato ad attaccare le case vicine. Siamo fuggiti». Da allora la vita della famiglia è stata stravolta. Hanno raggiunto dapprima la relativa sicurezza della casa ancestrale di Josephine a Mogotio. Ma il 27 gennaio, quattro settimane dopo le elezioni, la violenza è arrivata anche là. Questa volta sapevano che la loro famiglia non sarebbe stata risparmiata e sono fuggiti di nuovo, prendendo sù il poco che potevano. Donne e bambini sono stati particolarmente colpiti, molti qui raccontano di aver visto uccidere membri della propria famiglia. Al Gender Recovery Centre dell'Ospedale civile di nairobi una consigliera spiega che la spirale di violenza ha lasciato il segno: «ogni giorno vediamo arrivare persone che soffrono di estremo stress e trauma». Ci sono stati molti casi di violenza specialmente diretta a donne e ragazze, un assortimento di orrori che include lo stupro. «Sono ferite profonde e ci vorrà tempo per tornare alla normalità». E se è importante provvedere cibo, acqua, riparo e tutti i concreti bosogni, sarà necessario anche ricostruire
il benessere emotivo. La violenza ha lasciato profonde divisioni tra le comunità, riacceso vecchi odii, eroso la fiducia reciproca tra le molte etnie del Kenya. Per ricostruire la pace è necessario coinvolgere le persone di ogni comunità. Una «road map» per la ricostruzione dovrà appoggiarsi in primo luogo alle donne e ai giovani. È necessario che le donne abbiano un ruolo centrale; quanto ai giovani, sono circa 2 terzi dell'elettorato e hanno avuto un ruolo distruttivo nella violenza: è necessario il loro impegno attivo, e bosogna anche creare lavoro per loro. Ci vogliono interventi di ricostruzione «conflict-sensitive», cioè che non amplificano discordie ma al contrario siano pensati per risolverne le cause. Servono, anzi, investimenti capaci di combattere la povertà e l'ingiustizia. I media devono contribuire alla pacificazione, così come la comunità internazionale. Serve una «educazione collettiva alla pace». Anche lo sport e la cultura hanno un ruolo cruciale da giocare - mai sottostimare il potere unificante del calcio...


i missionari vennero per la prima volta in Kenya loro avevano le Bibbie e noi avevamo la terra, cinquant'anni dopo noi avevamo le Bibbie e loro avevano la terra». Sorride con ironia Uhuru Kenyatta, il figlio di Jomo, quando ricordo queste parole del padre rimaste famose all'epoca della lotta anti-coloniale. «Mio padre - aggiunge Uhuru, il cui nome significa "libertà" - però ci ha anche insegnato che bisogna imparare dalla storia ma non vivere nel passato». Uhuru Kenyatta, 47 anni, ministro dei governi locali con Kibaki, è stato rieletto con una valanga di voti alle ultime elezioni, uno dei pochi dell'antica nomenklatura a non essere stato punito dalle urne. La sua famiglia, simbolo della predominanza dell'etnia kikuyu ma anche del sogno nazionale infranto, possiede oggi 2mila chilometri quadrati di terra arabile sui 113mila del Paese. Ma questo non meraviglia nessuno, dopo i Kenyatta è toccato a Daniel Arap Moi, successore alla presidenza di Jomo, diventare un grande proprietario e favorire per un ventennio a colpi di pulizia etnica la sua tribù, i kalenjin. Il capo dell'opposizione, Raila Odinga, rivale del presidente Mwai Kibaki - manco a dirlo un altro latifondista - è un luo, etnia che si è sentita storicamente emarginata dai kikuyu, ma Raila a sua volta è un ricco signore, miliardario in dollari, con un passato marxista e forti legami con le multinazionali. Il negoziato tra Kibaki e Odinga, con la mediazione di Kofi Annan e ora anche di Condoleezza Rice, è una trattativa politica ma anche d'affari: potere e denaro qui sono un'accoppiata inscindibile. «Non cerchiamo rivoluzionari dove non esistono - scrive Mukoma Wa Ngugi, poeta e saggista - la maggioranza dei kenyani, che siano luo, kikuyu, luhya o altro, sono poveri, il 60% vive con meno di due dollari al giorno e questo riguarda tutti, senza differenze. I ricchi kikuyu prosperano a spese dei poveri kikuyu e lo stesso avviene per gli altri. Il richiamo etnico viene sfruttato dalle élite tribali, in modo occulto o palese, per nascondere le cause profonde del disagio». Ma la questione della terra rimane all'origine del conflitto in Kenya, come in altri stati della regione, dal Ciad al Sudan allo Zimbabwe, e percorre la storia di questo
Paese con memorie sanguinose e incancellabili. «La terra è un campo di battaglia, lo era all'epoca dell'occupazione britannica quando a migliaia dovettero fare spazio ai coloni occidentali, ed è stato così anche dopo l'indipendenza», dice Wangaari Maathai, fondatrice del Green Belt Movement e Nobel per la pace del 2004. Alla fine della prima guerra mondiale l’1°/o della popolazione bianca del Kenya possedeva il 25% delle terre coltivabili. «Sono nata nel 1940 - racconta Wangaari - nella regione centrale, davanti al Mount Kenya: i coloni inglesi arrivarono con i documenti che comprovavano la proprietà dei terreni migliori e migliaia di abitanti, compresi i kikuyu, furono obbligati a trasferirsi nella Rift Valley. All'inizio degli anni '50 circa 40mila coloni, per lo più britannici, possedevano 2.500 fattorie negli Altipiani Bianchi». Deportati allora nella Rift Valley, i kikuyu sono stati cacciati via ora da luo e kalenjin nella pulizia etnica post elettorale, così come i luo hanno dovuto abbandonate le aree dominate dai kikuyu. Cacciati via ma per tornare dove? La mappa del Kenya è stata sconvolta dalla più grande migrazione etnica dai tempi del regime coloniale britannico. «Molti tornano nelle aree di origine ma tanti finiranno per ingrossare le periferie, innescando un'altra bomba demografica e sociale», sostiene Odenda Lumumba della Kenyan Land Alliance. Davanti ai binari della ferrovia che taglia in due Kibera, uno degli slum di Nairobi teatro degli scontri etnici tra luo e kikuyu, è andata in scena una guerra di poveri, a colpi di machete e panga, tra una popolazione dove il 50% è senza lavoro. La maggioranza dei 37 milioni di kenyani vive nelle baraccopoli, cioè occupa meno del 10% del territorio. La metà delle terre arabili oggi è invece in mano al 15% della popolazione, i due terzi possiedono meno di un acro. Certo questo Kenya appare in stridente contrasto con l'immagine di terra di safari e vacanze che ha goduto negli ultimi cinque anni di una crescita annua del 6 per cento. Così come non si può ignorare che rispetto agli Stati vicini, devastati da guerre e conflitti etnici, è l'unico a vantare una consistente classe media. «Su una popolazione di circa 37 milioni, quattro milioni appartengono alla middle class, con entrate da 2.500 a 40mila dollari l'anno», stima l'economista James Shikwati che riceve in un ufficio nel quartiere degli affari, sede di agenzie dell'Onu e multinazionali, a due chilometri in linea d'aria dagli slum. Ma anche il Kenya affluente risente pe
santemente della crisi. Il turismo, che sta chiudendo un hotel dopo l'altro anche sulla costa, rimasta del tutto estranea agli scontri etnici, ha incassato nel 2007 un miliardo di dollari, da lavoro direttamente a 25omila persone e sostiene i bilanci di milioni di kenyani. Per ogni otto turisti si crea un posto di lavoro e ogni posto di lavoro fa mangiare da sette a dodici persone. La questione della terra continua però a incombere come una maledizione. Così come il passato coloniale, a cui si oppose il movimento dei Mau Mau, la confraternita dei Kikuyu che negli anni '50 si proponeva la cacciata dei bianchi. Per otto anni condussero una guerriglia descritta dagli inglesi come criminale ed efferata: in realtà soltanto 32 bianchi furono vittime dirette dei Mau Mau mentre sui massacri britannici calò un velo, sollevato soltanto di recente dal libro di Caroline Elkins, «II Gulag britannico in Kenya», vincitore di un Pulitzer: le vittime kenyane furono dalle 300 alle 400mila, non le 10mila ufficiali, e un milione finì nei campi di concentramento. Il movimento dei Mau Mau rivendicava la restituzione delle terre ma quando Kenyatta salì al potere nel '63 li deluse. Il carismatico Jomo, "la lancia fiammeggiante", concordò che i coloni inglesi potessero restare nello loro farm oppure vendere le terre all'elite kikuyu. Fu così che iniziò la crisi post coloniale: i kikuyu acquistarono le terre della Rift Valley, un tempo appartenute ai kalenjin e cominciarono i guai, proseguiti con Arap Moi, un kalenjin che ha distribuito territori demaniali ai suoi accoliti e favorito la pulizia etnica di quelli che gli davano fastidio. Prima di queste disgraziate elezioni, nella regione dell'Elgon, ai confini con l'Uganda, c'erano già stati 400 morti e 80mila profughi, vittime della pulizia etnica delle bande dei Sabaot i difensori della terra. La vera colpa del Governo Kibaki, che per restare presidente ha imbrogliato più o meno nella stessa misura di quanto
è avvenuto nei feudi di Odinga, è stata quella di non avere saputo rompere con il passato, con la corruzione, con la "mafia" del Mount Kenya. E gli uomini di Odinga non hanno esitato a strumentalizzare le bande armate per ottenere con la violenza etnica quello che non avevano conseguito con il voto. Ma i conflitti sulla terra, tra le etnie, il regionalismo spinto, sono soltanto una parte di questa vicenda, quella più appariscente. Sullo sfondo si agitano la lotta per la conquista del Kenya, le manovre di destabilizzazione dell'Africa orientale, di una vasta area strategica ricca di petrolio e risorse. E la terra africana torna a essere un campo di battaglia, questa volta in nome di interessi economici e politici globali.
primo dell’anno il Kenya non sembrò più lo stesso. Non solo le baraccopoli della mega Nairobi ma anche le periferie hanno conosciuto la pulizia etnica. Il multipartitismo ha cristallizzato le etnie ed appena i capipopolo si sono scontrati sui risultati elettorali è successo, in dimensioni minori, ciò che avevamo visto a ponente del lago Victoria, in Rwanda. Stessi metodi: prima la calunnia, poi la divisione per clan, la lunga paura ed infine la pulizia etnica. 1.000 morti. Economia a picco, sanità al collasso.
L’organizzazione per i diritti umani e l’azione non violenta di Saint Martin ha acquistato una pagina del giornale più importante del Kenya “The Nation” il giorno dopo l’acquisto da parte dei due contendenti alla Presidenza: Kibaki e Odinga. Tutti e tre; Presidente, Oppositore e comunità di base a raccontare le proprie ragioni. Tra due versioni di “Ho ragione io” è prevalso un forte: “Lasciateci in pace”. Le risorse per pagarsi la pagine in bianco e nero (il colore costava troppo) sono venute soprattutto dalla comunità. Chi più chi meno. La pace come affare collettivo per riprendere la quotidianità.
stesse multinazionali del turismo come attori di pace. Mombasa, Malindi ed i dieci parchi del Kenya non possono permettersi un’instabilità di più mesi. Compagnie aeree ed agenzia viaggi per la nonviolenza attiva. Ne andrebbe della spina dorsale dell’economia che da decenni non ha mai conosciuto un’impennata così straordinaria dei prezzi.
quella esplosa in Kenya resta una crisi politica e sociale, alimentata anche dalle differenze etniche. È vero, la campagna elettorale ha trasformato la mappa tribale del paese in mappa politica. Molti kenyani sono apparsi imprigionati in una logica etnica, che li ha costretti a esprimere fedeltà alle persone della propria “famiglia”, indipendentemente dai loro reati o errori. Tuttavia, l’odio atavico non spiega tutto. Anzi. Il paese, oggi in preda all’incertezza, era andato al voto pieno di speranze, convinto che le vecchie forme di potere stessero per crollare. Speranze imprigionate per troppo tempo in strutture costruite da una classe politica vecchia e inadeguata. Quest’anno il Kenya indipendente compie 45 anni. Ma in tutto questo tempo ha finto di essere un’unica nazione. Il sogno dell’“era kenyattiana” s’è infranto. Quello adottato è solo un nazionalismo imperfetto e incompiuto. Siamo di fronte a un paese dall’identità nazionale incerta. Regnano
le dinastie, che ridistribuiscono all’interno della propria corte le fette di potere e di denaro. I coinquilini entrati in conflitto tra loro, Mwai Kibaki e Raila Odinga, appartengono a queste diverse caste. I tatticismi e i divieti reciproci, che i due hanno imposto dal giorno in cui la violenza è diventata un’attrice delle vicende kenyane, ci dicono che Kibaki e Odinga hanno guardato più agli interessi privati e alle lotte di potere che al bene del paese. «Più che di scontri etnici, si tratta di uno scontro di classe. Prova ne sia che la violenza è scaturita negli slum e nelle zone povere del paese», la chiave fornita da Arthur Muliro, kenyano, da più di dieci anni vicedirettore della Society for International Development, che in uno studio sul livello di disuguaglianza degli stati africani piazza il Kenya al quinto posto. Probabilmente, non è molto lontano dal vero chi afferma che le reali “tribù” in questo paese sono solo due: quella dei poveri e quella dei ricchi. Dualismo che disegna un tessuto sociale disgregato. Una spaccatura profonda. Non aveva forse alimentato questo sogno di rinnovamento e di unità l’ascesa alla presidenza di Kibaki nel 2002? Non
doveva rappresentare la fine di una dittatura mascherata, rappresentata dai 24 anni di regno di Daniel arap Moi? La candidatura del kikuyu Kibaki — condivisa da una larga fetta di partiti dell’opposizione — doveva rompere il vaso dei favoritismi che si erano perpetuati fin dagli anni ’60 a favore di una certa classe dirigente. Ridistribuzione del potere (con una nuova costituzione) e lotta alla corruzione, i cavalli di battaglia del neo capo di stato. Traditi nei cinque anni successivi, nei quali il paese è apparso, per l’ennesima volta, ostaggio del suo presidente. E non solo perché Kibaki s’è inebriato con i profumi del potere. Ma perché è stato imbrigliato, nelle sue scelte, dalla cosiddetta “mafia del Monte Kenya”, fatta d’intrecci politico-affaristico-criminali, che impedisce un vero cambiamento nel paese. Così, la corruzione ha continuato a farla da padrona (si parla di un miliardo di dollari stornati dalle casse dello stato e finiti nelle tasche degli “amici” di Kibaki). Fino al punto che due ministri chiave dell’esecutivo, quello delle finanze e quello della giustizia, sono stati costretti a dimettersi, travolti da gravi scandali finanziari. Ma poi reintegrati dallo stesso presidente, quando le indagini su di loro non erano ancora state chiuse. Nel disprezzo delle regole democratiche. Così, l’economia del paese continua a rimanere nelle mani di una ristretta cerchia di persone legate al governo. Il populista Odinga, a parole
, voleva spezzare proprio questo grumo di potere. Ma la caccia al kikuyu — seguita ai risultati elettorali e, di fatto, da lui avallata — ne ha offuscato l’immagine. Si fa fatica, ora, a spegnere quei focolai di violenza accesi dalla fine di un’illusione. Le vie del compromesso sono lastricate di problemi. Ma il Kenya non può restare “incendiato” per molto tempo. Non è nell’interesse né delle grandi nazioni né dei paesi confinanti. L’Occidente, che per decenni ha coccolato Nairobi, non può accettare la destabilizzazione di quest’ex colonia britannica. Già ci sono troppi problemi nel Corno d’Africa e nel Sudan per poter anche solo ipotizzare l’apertura di un nuovo fronte in Kenya. L’instabilità, inoltre, non sarebbe un bel ricostituente per gli interessi economici occidentali nel paese. Infine, anche Kampala, Kigali e Bujumbura guardano con terrore al perdurare della crisi kenyana, visto che un quarto del Pil dell’Uganda e del Rwanda e un terzo di quello del Burundi passano per il Kenya. Così, se dovesse fallire anche il tentativo dell’ex segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, di trovare una composizione alla ferita aperta, Nairobi correrebbe il rischio di sanzioni, con l’Unione europea pronta a rivedere le sue relazioni con il paese. Ue e Onu potrebbero assumersi il compito di supervisori di una transizione pacifica, in attesa di nuove consultazioni elettorali. Nel frattempo, si potrebbe riprendere in mano quella riforma costituzionale che prevedeva l’introduzione della figura di un primo ministro forte, per togliere potere e influenza al presidente. Riforma fino a ora sacrificata sull’altare del dio potere.
ettimana forti venti secchi sollevavano la polvere in aria in tunnel vorticosi, attizzando fuochi sulle colline circostanti. Più di 150 donne e bambini arrivarono, e si accovacciarono dietro la mia casa nella speranza che qui avrebbero potuto salvarsi. Perfino i bambini sedevano silenziosi e guardavano gli orizzonti foschi per il fumo Ogni nuova esplosione di fiamme poteva essere la loro stessa casa, i loro averi e il raccolto che finivano in cenere. Io sono nata a Nyeri, vicino al Monte Kenya, dove i miei nonni erano agricoltori. Ora vivo in una casa appartata in un podere nella spettacolare Rift Valley. Giusto più di un mese fa, stavo chiacchierando con tre amici e vicini di tribù differenti, a proposito delle imminenti elezioni. Kamau, un Kikuyu, disse: “Io temo queste elezioni: si dice che il Kenya può diventare come il Rwanda”. “Non lo credo” ho risposto. “I Keniani sono gente di pace”. Kamau era incerto per chi votare. Forse per l’opposizione Orange Democratic Movement (ODM), “perché abbiamo bisogno di un cambiamento”. Mohamed, un Borana del nord, era deciso a dare il voto all’ODM perché il suo leader, Raila Odinga, “ sostiene la gente di tutte le religioni”. Rachel, una Kalenjin, disse che avrebbe votato per il Party of National Unity (PNU), il partito del Presidente Mwai Kibaki, “ perché come facciamo a sapere che anche Odinga non è corrotto?” Io mi sentivo incerta, nauseata dalla nostra storia di chiassosa corruzione e dall’attuale crescente spaccatura tra ricchi e poveri. Di lì a poco tempo un numero record di Kenyani andò a votare in un’atmosfera di fiduciosa eccitazione. Poi seguì l’annuncio della supposta vittoria di Kibaki – e le immediate accuse di brogli da parte dell’opposizione. In paesi e città ebbe inizio la violenza. I Kenyani sono da sempre conosciuti per il loro fascino cordiale. Fu un incredibile shock quando i Kalenjin cominciarono a bruciare, saccheggiare ed uccidere i Kikuyu nel Kenya occidentale. Noi eravamo in lacrime : non era possibile che questo stesse accadendo. Una dozzina di membri della famiglia di Kamau arrivarono dall’ovest. Avevano perso amici, separati dalle spose e dai bambini. “Abbiamo dormito nella foresta per una settimana,” mi disse la sorella di Kamau. “Hanno bruciato le nostre case, tutti i nostri averi, il raccolto e il pollame. Hanno rubato le nostre mucche. Hanno ucciso la gente: i corpi venivano mangiati dai cani perché i parenti non potevano avvicinarsi. Hanno lasciato le teste nelle strade per far capire ai Kikuyu che dovevano andarsene.” Perché persone che avevano vissuto fianco a fianco, pregando insieme e insieme andando a scuola, improvvisamente si erano rivoltati così brutalmente contro i loro vicini? “Sono pagati per uccidere e distruggere”, ha detto il fratello di Kamau, “da un politico dell’ODM.” Nel giro di una settimana Nakuru, habitat di milioni di fenicotteri rosa e il parco più visitato del Kenya,
era diventato un’altra tragedia. I Kikuyu avevano preso le armi contro i Kalenjin e questo era ancora più terribile ora che stava accadendo nel paese a noi più vicino. Nella notte di venerdì, 25 gennaio, arrivarono i bambini e la sorella più giovane di Rachel, dopo una camminata di due ore dal villaggio vicino. La sorella di Rachel disse di aver ricevuto minacce, che intimavano ai Kalenjin e ai Luo di andarsene oppure sarebbero morti: “I nostri genitori sono rimasti per proteggere la nostra proprietà, ma dormono fuori per timore di essere bruciati nelle loro case.” Mohamed ci chiamò fuori casa:”Guardate quelle luci.” Eravamo in una strada polverosa sotto stelle brillanti e osservavamo una dozzina di fari che squarciavano il buio delle colline e delle valli circostanti. “Autocarri,” disse Mohamed. “Forse l’esercito è venuto ad aiutarci,”suggerì Rachel. In tutto questo c’era qualcosa di intenzionale ma anche qualcosa di sinistro. Mezz’ora dopo ritornò il buio e il silenzio. Sopra di noi, uno stormo di fenicotteri rumoreggiava socievolmente volando verso il sud. La mattina seguente Rachel andò a prendere sua madre. Ritornò con brutte notizie:“Quegli autocarri nella notte portavano giovani Kikuyu. Sono venuti attraverso il nostro villaggio. Cercano la vendetta. Si dice che un politico del PNU stia sostenendo questo esercito dei Kikuyu.” Circa ogni ora passava un aereo militare che puntava verso Nakuru. Un meccanico arrivò per dirci che un anziano Kalenjin era stato colpito a morte da una gang Kikuyu. La sera seguente cominciarono ad arrivare a piedi donne e bambini che cercavano la salvezza nel piccolo accampamento dietro la nostra casa. Portavano pochi averi e niente cibo o acqua: erano Kisii, Maragoli, Kalenjin, Luo e Borana, che fuggivano dalla violenza delle zone circostanti. Udimmo racconti di bande di Kikuyu che seminavano il terrore nella città di Naivasha, fermando i veicoli, chiedendo l’identità e uccidendo i nonKikuyu. La mattina seguente il cielo era scuro di fumo. Parecchi chilometri lontano la gente si stava ammazzando con archi e frecce e machete. Il pomeriggio seguente il fratello di Rachel arrivò da Naivasha. La sua casa era stata bruciata e indossava gli stessi indumenti da quattro giorni. “Brutte notizie da Naivasha,” disse. La Rift Valley è diventata troppo pericolosa per la gente Kalenjin. Dobbiamo andarcene da qui in fretta prima che uccidano tutti noi – e i nostri bambini.” Altra gente stava arrivando nell’accampamento compresi i Kikuyu, alcuni molto vecchi. Rachel e Mohamed arrivarono con la notizia che la notte scorsa una nonna Kalenjin e suo figlio erano stati colpiti a morte nel villaggio. Un anziano Kikuyu mi parlò brevemente. “Questo non è soltanto per i risultati delle elezioni o il tribalismo,” disse, “si tratta di profondi rancori per la questione della terra.” Trovammo un camion per mettere in salvo le tante persone che ora stavano nel nostro accampamento. Quando se ne andarono, salutandoci e affermando che Dio avrebbe concesso a noi tutti
una lunga vita, io infine crollai e piansi per il mio paese. Rachel e la sua famiglia restarono, ma giovedì scorso la sorella di Rachel chiamò da Nakuru per dire che il suo principale era riuscito a noleggiare un camion per condurli via il giorno dopo se ci fosse stato modo di raggiungere la stazione di polizia del villaggio. Rachel era incerta se andare o rimanere e suggerì che noi tutti avremmo dovuto pregare insieme. Stavamo in cerchio sotto le stelle: la famiglia Cristiana Kalenjin, due guardie notturne musulmane ed io, non un seguace di qualche particolare fede. Pregavamo per il Kenya e per un miracolo. Venerdì, nella luce rosa e arancione dell’alba, ci stipammo tutti nella mia Land Rover, trascurando il fatto che un pneumatico stava per sgonfiarsi, e io li condussi alla stazione di polizia. Più tardi appresi che la famiglia di Rachele si era rifiutata di partire sul camion. Incapace di reprimere il mio senso di fastidio, la contattai. “E’ stato perché tutti i nostri vicini Kikuyu ci hanno fermato,” ha detto. “ Sono venuti al camion e hanno scaricato tutti i nostri bagagli, dicendoci che questa è la nostra casa, che non dovevamo partire e che si sarebbero presi cura della nostra casa, dei nostri averi e di noi……E’ un miracolo.”
mi hanno chiesto di aiutarli a capire quello che sta succedendo da queste parti: è tutto un po’ confuso, ma provo a dire qualcosa. Prima però vorrei condividere con voi una lettera che ho ricevuto in questi giorni:
è responsabilità delle persone giovani imparare a perdonarci e ad accoglierci per dimostrare ai nostri genitori che il loro insegnamento impregnato di odio e avversione era sbagliato. Sono convinta che non esista una tribù migliore dell’altra e che siamo tutti uguali...."
ne sono state uccise nel villaggio di Gatundia. Domenica sera, tutti i non kikuyu hanno cercato asilo nella caserma di polizia: centinaia di persone ammassate al freddo e terrorizzate da quello che sarebbe potuto succedere. I volontari del Saint Martin si sono organizzati e hanno allestito un campo di emergenza in quattro ore procurando tende, coperte e cibo. I volontari sono tutti Kikuyu e per questo loro impegno ad aiutare i “nemici” hanno rischiato rappresaglie. Lunedì sono arrivate al Saint Martin le minacce: i volontari sono stati costretti a nascondere il furgone dalla parte opposta della città, perché un gruppo di fanatici erano intenzionati ad organizzare un agguato per bruciarlo. Siamo diventati vittime di una persecuzione promossa da pochi ma capace di influenzare molti: ci viene negato il trasporto con i mezzi pubblici, minacciano di dare alle fiamme gli ambienti dove lavoriamo, si dice in giro che il Saint Martin aiuta solo i “nemici” e abbandona i kikuyu rifugiati negli altri campi profughi, che invece noi abbiamo continuato a servire senza sosta. Nonostante le apparenze non corriamo nessun pericolo. È stata messa in piedi una strategia del terrore: cercano di diffondere paura, puntano a fiaccare e scoraggiare chi lavora per le persone che appartengono ad altre tribù. Lo scopo finale è poter isolare i non kikuyu e costringerli ad andarsene. Otieno è un Luo, ma è sempre vissuto in questa terra. È una persona pacifica e piena di iniziativa: ha saputo mettere in piedi un complesso abitativo notevole, dal quale ricava una rendita che gli permette di vivere. Le sue case sono state prese di mira e gli inquilini le hanno abbandonate per paura che potessero venire bruciate. Alla fine anche Otieno è stato costretto ad andarsene per trovare ricovero sotto le tende del campo profughi. La sua prima
preoccupazione non è stata di trovare una sistemazione per la sua famiglia, ma ha consegnato le chiavi della sua casa, rendendola disponibile per le molte famiglie kikuyu costrette nei campi profughi. Non era difficile indovinare che avrebbe voluto ricevere un affitto dal Saint Martin per rendere possibile l’operazione, e invece, ci ha assicurato che non voleva nulla e desiderava soltanto che altri bambini non soffrissero quello che dovevano soffrire i suoi bambini. Lo spirito di Otieno è la ragione per cui il Kenya ce la farà ad uscire da questa notte senza stelle. La sua è una luce capace di illuminare l’oscurità e fare rinascere la speranza che è possibile rispondere al male con il bene. Anzi, è l’unica via degna dell’uomo e capace di elevarlo dalla follia della vendetta. C’è una profondità di bene nascosta nel cuore di molti, e spesso fatica solo a trovare la strada per potersi esprimere."