07 luglio 2008

Copioni?


La tavola che racconta la storia del messia risorto prima di Cristo

L'interpretazione dell'iscrizione su un reperto del Mar Morto divide gli studiosi.

E' uno dei reperti storici più controversi dell'antichità e la sua dubbia interpretazione da circa un decennio causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra, scoperta circa dieci anni fa vicino al Mar Morto e lunga circa 90 cm. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli, ma vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe ad un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. A riproporre il mistero di questa tavola di pietra, conservata all'Israel Museum di Gerusalemme, è il New York Times: il quotidiano della Grande Mela afferma che nuovi interessanti particolari su questo reperto saranno rivelati nei prossimi giorni durante una conferenza che si terrà nello stesso museo di Gerusalemme per festeggiare i 60 anni dalla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto (i preziosissimi frammenti archeologici ritrovati in undici grotte nell'area di Qumran a metà del Novecento)
Scoperta da un antiquario giordano e in seguito comprata dal collezionista svizzero di origine ebraiche David Jeselshon, secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica prima che Gesù nascesse ed era ben conosciuta dai cittadini che vivevano nell’antico Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. Altri studiosi sembrano più cauti: essi sottolineano che sulla pietra molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, quindi è impossibile per adesso stabilire la verità.
Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Ada Yardeni e di Binyamin Elitzur, entrambi studiosi di iscrizioni antiche, sulla rivista specialistica «Cathedra» gettò una nuova luce sul mistero della tavola di pietra: l'articolo, intitolato «La rivelazione di Gabriele» confermava che la pietra risalisse al I secolo A.C. e i due studiosi mettevano in dubbio che il tema del Messia risorto fosse un evento raccontato per la prima volta dai Vangeli cristiani. A dire il vero già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato «Il Messia prima di Gesù» Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo e la rivolta sarebbe stata brutalmente soffocata dalle armate romane. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte e avrebbe aperto la strada della libertà al popolo di Israele. Secondo lo studioso ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: «In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia» mentre in altre righe si legge che il sangue e la morte del Messia sono la strada che porterà alla giustizia. Infine in due altri versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: «Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando» (Gabriele è l'arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio)
«Questi versi mettono in discussione l'originalità del Cristianesimo» afferma il professor Knohl. «La resurrezione dopo tre giorni del Messia è qualcosa che esisteva già nella tradizione ebraica prima che Cristo comparisse sulla Terra». Tuttavia molti studiosi non sembrano accettare le tesi del professor Knohl. La stessa ricercatrice Yardeni sostiene che sebbene la tavola di pietra mette seriamente in discussione l'originalità del tema della resurrezione, è abbastanza discutibile affermare che il personaggio storico Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all'Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: «In passi cruciali del testo mancano troppo parole».

Articolotratto da Corriere.it

Oltre alle gambe c'è di più...


La calda estate di Green nelle baraccopoli del Kenya


Il video è da pugno nello stomaco e mostra un ragazzo biondo in bermuda e maglietta rossa che cammina per le luride stradine di un villaggio africano.
Dappertutto, cumuli di immondizia e il fantasma dell’Aids che sembra accompagnarlo ad ogni passo.
Il visitatore è Robert Green, che di mestiere fa il portiere del West Ham a 2
milioni di sterline l’anno (2,5 milioni di euro) e che, al contrario dei colleghi della Premier League che in questi giorni si stanno crogiolando al sole in qualche località esclusiva, per le sue vacanze ha optato per una destinazione decisamente meno glamour ma non meno sconvolgente, ovvero le baraccopoli del Kenya.
, infatti, Green ha trascorso tre settimane a lavorare come volontario per raccogliere fondi per l’AMREF (“The African Medical and Reserach Foundation”) e, prima di tornare a Londra per dare inizio alla nuova stagione con gli Hammers, il giocatore ha affidato al “Sun” il racconto dei suoi 21 giorni in mezzo all’inferno. “La prossima volta che mi lamenterò perché devo stare in un hotel a cinque stelle prima di una partita, penserò alla gente che vive qui. Le loro storie mi hanno colpito davvero moltissimo, ho visto una famiglia di sei persone vivere in una baracca più piccola della mia cucina, ho assistito a scene di violenza e miseria. Noi giocatori viviamo in una bolla, per carità la nostra è una vita meravigliosa, ma io voglio rapportarmi anche con il resto del mondo. Non mi ricordo quello che ho fatto l’anno scorso in vacanza, ma di sicuro questo viaggio lo ricorderò per sempre”. E le immagini parlano chiaro: a Kibera, la seconda baraccopoli più grande dell’Africa, la gente muore di tubercolosi e Aids praticamente ogni giorno. “Non è Saint Tropez, questo è poco ma sicuro – ha proseguito Green – e la prima cosa che ho avvertito quando sono sceso dalla jeep è stato il fetore, causato da un miscuglio di plastica bruciata, legno arso e rifiuti umani. Un odore nauseabondo che mi è rimasto appiccicato addosso ai vestiti per giorni interi”.
Il
portiere ha fatto anche l’arbitro in una partita di calcio fra i piccoli di Kibera, che si sono presentati davanti alla celebrità in visita sfoggiando orgogliosi le magliette del Manchester United, dell’Arsenal e dell’Inghilterra, perché qui, fra questi vicoli maleodoranti, dopo la religione, l’ossessione vera si chiama Premier League. “Non condanno il mondo del calcio – ha concluso Green – perché è la mia vita da 20 anni e adoro quello che faccio. Ma d’ora in avanti, quando qualcuno mi chiederà che cosa ho fatto della mia vita, potrò dire di aver visto un altro aspetto dell’Africa”.

Articolo tratto da Gazzetta.it

28 giugno 2008

Informazione alternativa


Una Tv per raccontare un'altra Nairobi

Slum TV è una televisione creata da un gruppo di giovani filmakers e fotografi kenioti di Mathare, una delle baraccopoli più violente e popolose di Nairobi. Nella loro tv storie di vita ordinaria e solidarietà.
Di Slum TV non si è mai occupato nessun quotidiano né rivista in Italia.


"Il mio nome è Cosmas Nganga. Sono nato a Mathare 31 anni fa. Ho fatto tante esperienze finora. Nascere in uno slum significa vivere una grande sfida. Dopo le elezioni presidenziali, ci sono stati scontri, molte persone sono state uccise, molte case bruciate. Molti hanno perso tutto quello che avevavo. Anche io non ho più nulla, l'unica cosa che mi resta sono questi pantaloni che indosso. I miei vicini appartengono alla tribù Luo, io sono l'unico kikuio e sono stato costretto a fuggire". Scorrono nitide come sequenze le immagini che evoca Cosmas Nganga, poche, lapidarie, drammatiche istantanee delle sue ultime giornate in una delle baraccopoli più violente di Nairobi: Mathare. Mathare: 400.000 abitanti, il 10 % della popolazione totale della capitale sopravvive in questa terra che si estende per 1,5 km². In un'area grande quanto 200 campi da calcio convivono 42 gruppi etnici. È la seconda baraccopoli per grandezza del Kenya e una delle più povere tra le 199 censite da Un Habitat, l'Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei senza casa a Nairobi. "Insediamenti informali", così sono definiti gli slum, occupazioni popolari non legali. Esistono, ma non sono riconosciuti dal governo. È il 30 dicembre scorso quando, dopo la proclamazione del presidente Mwai Kibaki contestata dal capo dell'opposizione Raila Odinga, hanno inizio gli scontri. Kibaki, leader del Pnu, è della dinastia Kikuyo, Odinga, leader dell'Orange democratic movement (Odm), è dei Luo. Il bilancio fornito da Abbas Guillet, responsabile della Croce Rossa locale, parla di oltre mille morti, migliaia di feriti e 304mila senza più un tetto. Un vero teatro di guerra civile, su cui sempre di più sembra calare il sipario del genocidio, lo stesso che ha chiuso e dannato nel silenzio un altro terribile palcoscenico della storia: il Ruanda. Nel corso di questi scontri un'intera parte di Mathare è stata saccheggiata, bruciata e poi rasa al suolo. Dietro le parole di Cosmas Nganga, aleggia il fantasma di uomini torturati e derubati. Arsi vivi insieme alle proprie abitazioni. In una spirale di violenza che ha affamato e armato di odio due etnie, Luo e Kikuyo, in una vera e propria carneficina che ora, dopo il mancato accordo tra il Presidente Mwai Kibaki e il Primo Ministro Raila Odinga per la formazione di un governo di unità nazionale, rischia di insanguinare di nuovo il paese. Eppure, dentro questa storia di sangue, odii e vendette, ce n'è un'altra, diversa, che aspetta di essere raccontata. A farlo è Slum TV, una televisione creata da un gruppo di giovani filmakers e fotografi keniani che vivono a Mathare. E che si sono mobilitati in segno di protesta contro la stampa internazionale. La loro prima denuncia arriva all'indomani dei primi scontri dal quotidiano britannico "The Independent": "I media hanno volutamente mostrato solo una parte della realtà, quella negativa" dice Benson Kamau, operatore che ha seguito e filmato il conflitto fin dall'inizio. "Noi mostriamo il bene e il male - continua Kamau - quello che succede dietro le quinte." Così mentre il mondo riprendeva solo le immagini degli scontri scoppiati dopo l'annuncio dei risultati elettorali, i giovani operatori e fotografi raccoglievano storie di solidarietà. Donne di etnia Luo che ospitavano famiglie di etnia kikuyo. Centri di assistenza gestiti da donne keniane nei luoghi in cui le agenzie internazionali non si avventurano, talmente alto è il rischio. Un gruppo di uomini che salvano la vita ad un uomo di un'etnia diversa dalla loro. Gli operatori hanno frequentato solo un corso di due settimane di ripresa e montaggio, imparando da soli le regole basilari del mestiere. Nelle loro mani, una sola videocamera. È un grande impegno: informare e poi formare gli altri attraverso dei corsi. Nata nella strada e per la strada, Slum tv vuole cogliere la vita e l'identità profonda di questa che è una vera e propria città nella città. Una volta al mese, i loro video vengono proiettati davanti a centinaia di persone nella baraccopoli. Nei suoi quasi due anni di vita i principali successi sono state proprio le testimonianze di vita ordinaria. Superando i confini del già visto, questi giovani sono riusciti a fermare quei gesti di umanità che si aprivano, improvvisi, tra lo scorrere di una quotidianità fatta di dolore e distruzione. Alexander Nikolic, artista di origine serba, ci racconta come il fine sia quello di lavorare insieme per realizzare alla fine un archivio, una memoria. "La gente del quartiere - dice Nikolic - guarda la televisione in pubblico: calcio inglese e bolckbusters hoollywoodiani. Abbiamo, dunque, pensato che sarebbe stato più facile applicare le regole della televisione delle origini, in cui qualsiasi proiezione nelle sale cinematografiche era sempre accompagnata da un notiziario. Che, poi, inseriamo in un archivio affinché non si perda. In futuro, quando i cellulari avranno delle telecamere migliori, i video potranno essere uploadati dovunque." Negli ultimi tempi, il principale operatore, Julius Mwelu, ha filmato uomini feriti a colpi di machete, poliziotti aprire il fuoco contro la folla con fucili AK47. "Fino ad oggi il nostro girato era più innocuo, ammette la coordinatrice del progetto, Sam Hopkins, ma quello che ha girato Jilius non è innocuo. Non credo che potremmo mostrarlo a Mathare." Oggi Slum tv rappresenta qualcosa di più e di diverso di una semplice emittente locale. È, prima di tutto, un segnale di speranza. Per Cosmas Nganga e per tutti gli altri giovani dello slum che si ritrovano e raccontano fin dal sito internet. Con il sogno di vedere, attraverso una nuova lente, un presente meno buio e un futuro di pacificazione più vicino. Con in mano la loro videocamera e una nuova storia da raccontare.

Articolo tratto da Korogocho.org

Sorpresa!!!


Un pitone di due metri spunta dal water

Spavento per il proprietario di un appartamento al decimo piano. «Il serpente ha viaggiato attravero le tubature».

Una scena degna di un film horror: un cittadino di Darwin, una città tropicale dell'Australia settentrionale, è andato in bagno e ha visto spuntare un pitone di quasi due metri dal suo water.
Il giornale locale "Northern Territory News" spiega che l'appartamento era al decimo piano di un condominio. Il cacciatore di serpenti Chris Peberdy ha detto al giornale che il pitone, che probabilmente è scappato dalla casa di qualcuno, ha viaggiato attraverso le fognature. «Quando l'ho visto sono rimasto scioccato - ha detto - Non c'è altro modo possibile in cui avrebbe potuto arrivare lì. L'ho dovuto lavare perché era tutto bagnato e un po' maleodorante».

Articolo tratto da Corriere.it

25 giugno 2008

Il reggi...vita...


Si perde sulle Alpi
salvata dal reggiseno
Jessica Bruinsma, un'alpinista americana di 24 anni, è rimasta isolata per quasi tre giorni in un crepaccio sulle montagne bavaresi. Sopravvissuta dopo un volo di quasi cinque metri, se l'è cavata allertando i soccorritori con un insolito sos.

Si è salvata usando il reggiseno come segnale di soccorso, dopo essere rimasta isolata per tre giorni in un angusto crepaccio sulle Alpi bavaresi. Jessica Bruinsma, un'alpinista americana di 24 anni, se l'è vista davvero brutta.
Di Jessica si erano perse le tracce il 16 giugno, dopo che era uscita con un amico per un'escursione vicino al confine austriaco. Sulla strada di ritorno, a causa del maltempo, è scivolata su una sporgenza rocciosa e ha fatto un volo di quasi cinque metri, lussandosi una spalla e ferendosi in maniera seria a una gamba.
Ma la giovane americana ha mantenuto il sangue freddo e ha reagito prontamente. "E' stata molto intelligente" ha commentato l'ufficiale di polizia che ha diretto i soccorsi."Ha continuato ad indossare giacca e maglietta per riscaldarsi, ma ha pensato subito che avrebbe potuto usare il reggiseno come segnale di soccorso". Jessica, che aveva con sé solo l'acqua della borraccia, ha attaccato il reggiseno a un cavo del meccanismo che i boscaioli utilizzano per spostare il legname in montagna.
Quando il sistema di trasporto dei tronchi si è rimesso in moto, quasi 70 ore dopo, i taglialegna, che erano stati informati della sua scomparsa, hanno notato il reggiseno e hanno subito allertato la polizia.
I soccorritori in elicottero hanno seguito il cavo e poco dopo hanno trovato Jessica, che faceva gesti con l'unico braccio sano. "Se l'è cavata - ha detto l'ufficiale di polizia - perché è in ottima forma fisica: si stava allenando per correre una maratona".
Jessica ha già messo l'incidente alle spalle. "Sono dispiaciuta, ero venuta in Germania per imparare il tedesco, ma ora ho voglia solo di tornare a Colorado Springs, a casa dei miei genitori. Non ho ancora rinunciato a correre la maratona, spero di guarire in tempo".

Articolo tratto da Gazzetta.it

18 giugno 2008

Ciao, ciao Francia!


Italia, la nottata perfetta. Ora i quarti con la Spagna



Gli azzurri superano 2-0 la Francia con Pirlo e De Rossi: domenica supersfida contro le Furie Rosse. Qualificazione possibile grazie all'Olanda che fa il suo dovere: 2-0 alla Romania.

Immagine tratta da Gazzetta.it

13 giugno 2008

Formazione anti - Romania

Archeologia cristiana


In Giordania la chiesa cristiana più antica del mondo


Una grotta, dimenticata sotto la più nota San Giorgio a Rihab, nel nord della Giordania. Sarebbe questa la più antica chiesa cristiana del mondo. La scoperta, resa nota dal Jordan Times, è di un gruppo di archeologi, che fanno risalire la costruzione a una data collocabile tra il 33 e il 70 d. C. "Crediamo si tratti della prima chiesa di tutta la cristianità", dichiara Abdul Qader al-Husan, capo del Jordan's Rihab Centre for Archaeological Studies. "Ci sono prove che abbia ospitato i primi cristiani, i 70 discepoli di Gesù, che fuggiti dalla persecuzione di Gerusalemme avrebbero riparato nella Giordania settentrionale, ai confini con la Siria", aggiunge l'archeologo. All'interno della cava sono presenti alcuni sedili di pietra, probabilmente destinati al clero, e un'area circolare che fa pensare all'abside. Un profondo tunnel, invece, conduceva ad una fonte d'acqua. Il vescovo ausiliare dell'arcidiocesi greco-melkita, Nektarious, definisce la scoperta "un'importante pietra miliare per i cristiani di tutto il mondo".

Articolo tratto da Repubblica.it

11 giugno 2008

Scempi paesaggistici

Antenne telefoniche selvagge, cartelloni pubblicitari che ostruiscono la vista di un paesaggio, scritte sui muri, costruzioni abusive. Il Fai (Fondo per l'ambiente italiano) e Intesa San Paolo lanciano la quarta edizione de "I luoghi del cuore". Non monumenti famosi o opere d'arte, ma i luoghi che più ci stanno a cuore, e sono deturpati da piccoli grandi brutture che ne offuscano la bellezza, sono al centro della campagna. Lo slogan è "Segnala ciò che rovina", Fai e Intesa San Paolo lo segnaleranno alle amministrazioni comunali perché prendano provvedimenti. «Scheletri di cemento abbandonati, selve di cartelli e gazebi improvvisati nei centri storici, manifesti che deturpano il paesaggio, parcheggi abusivi, scritte su monumenti artistici, boschi di parabole e antenne televisive: sono solo alcuni esempi di come uno sviluppo non pensato e progettato con coerenza danneggi continuamente i luoghi in cui viviamo. E noi – scrive il Fai nel comunicato che presenta l'iniziativa - finiamo per diventare due volte vittime: non solo perché il paesaggio che abbiamo negli occhi e nel cuore è pieno di queste ferite, ma anche perché talvolta finiamo addirittura per non accorgercene nemmeno più».
Sono già in molti i personaggi del mondo della cultura, delle istituzioni e dello spettacolo ad aver aderito alla campagna, che hanno scelto di partecipare. Primo fra tutti il commissario straordinario per l'emergenza rifiuti in Campania Guido Bertolaso. Ed è proprio la spazzatura di Napoli ciò che deturpa il "luogo del cuore" dell'ex capo della Protezione civile. «Ferisce la dignità dei cittadini campani e di quanti chiedono a questa regione di svelare i suoi immensi tesori, ora nascosti e resi irraggiungibili dall'accumularsi dei rifiuti». Ma non solo. C'è Beppe Grillo che, con il suo consueto stile, chiede che sia rimossa la centrale a carbone sotto la Lanterna, simbolo della sua Genova. E poi Lucio Dalla che non sopporta parabole e condizionatori nei centri storici delle città; il dj Linus che chiede di togliere le vecchie cabine, inutilizzate da anni, dal lungomare di Riccione e Lella Costa che vorrebbe che il Castello Sforzesco di Milano non fosse «illuminato come un lunapark».
Partecipare al censimento del Fai è molto semplice. Le segnalazioni si possono fare online sul sito www.iluoghidelcuore.it. Oppure spedendo volantini e coupon pubblicati su giornali e riviste o compilando le cartoline che è possibile trovare nelle sedi del Fai, in tutte le filiali Intesa San Paolo, nelle librerie Feltrinelli e Ricordi Mediastores. L'edizione 2008 de "I luoghi del cuore" prevede anche la collaborazione con le scuole primarie e secondarie. A loro è rivolto il concorso "Mi prendo a cuore". L'idea è semplice: trovare un luogo vicino alla scuola da rivalorizzare preparando un piano di interventi da realizzare. E poi inviare le foto del luogo, prima e dopo la cura. Le migliori saranno pubblicate sul sito faiscuola.it.

Articolo tratto da IlSole24Ore.com

"Urbanizzazione"


Vulcani pronti ad esplodere

In Africa, ogni anno, oltre 5 milioni di persone cercano un nuovo alloggio nelle periferie delle città. Spesso la popolazione delle baraccopoli è sottostimata. Privi di titoli di proprietà legali, gli abitanti sono costretti a una dipendenza quasi feudale dai politici e burocrati locali.

In Africa la popolazione delle grandi città è aumentata di 10-12 volte tra il 1960 e il 2005. Questo incremento non è stato associato a uno sviluppo eco­nomico correlato. Anzi: il prodotto in­terno lordo (Pil) si è ridotto dello 0,66% l'anno. Nondimeno, le città in Africa gio­cano un ruolo cruciale nella crescita delle economie nazionali. Oggi, in generale, il tasso annuo me­dio di crescita della popolazione africana s'aggira attorno al 4%, mentre quello del­le grandi città raggiunge l'8%, e non sono casi eccezionali quelli di città che crescono del 10% o più, specialmente in regio­ni in cui l'esodo rurale si accentua a causa di calamità naturali o fenomeni legati allo sviluppo disuguale del territorio.
Il tasso di crescita degli insediamenti urbani precari e marginali, inoltre, a vol­te è superiore al 25% annuo. Ogni anno, oltre 5 milioni di africani cercano una nuova sistemazione nelle periferie delle città. La grande maggioranza della nuo­va popolazione urbana sembra destina­ta a sopravvivere nella totale incertezza, nella precarietà, nella ricerca (priva di opportunità reali) di un miglioramento delle proprie condizioni di vita, ai mar­gini del "grande miraggio" rappresentato dalla città moderna.
Scriveva Peter C. W Gutkind, autorità mondiale nel campo dell'antropologia urbana, scomparso nel 2001: «Le città dell'Africa sono, per la maggior parte, nuove. La loro nascita è frutto della colonizzazione che ha model­lato la struttura urbana su modelli non africani, che favorivano un modo di vita completamente differente ed estraneo alla realtà locale». Il resto lo hanno fatto l'in­curia verso le zone rurali (mancanza di investimenti e di sostegno all'economia familiare e di politiche mirate alla prote­zione dei suoli) e l'assenza d'investimenti nell'edilizia popolare nelle città.
Il primo fattore, ovvero la mancanza di progetti tesi a proteggere le aree rurali, causa la fuga dai villaggi e determina la scelta di cercare altrove un luogo dove soddisfare i bisogni che la vita nei villag­gi non è in grado di soddisfare. Questa ricerca si concentra nella sola alternativa possibile: la città. Così, la presenza di un sistema urbano inarticolato implica e fa­vorisce la concentrazione di popolazione in pochissimi centri (uno o due), che de­vono accogliere flussi rilevanti di gente.

Crescita senza città

È una "crescita urbana senza città" che dà origine ai famigerati slum: spazi auto­costruiti su terreni demaniali, senza che vi sia un solo mattone, dove non è passata una sola putrella di ferro e non vi si tro­va un solo metro quadrato di vetro. «Nei paesi in via di sviluppo», ci ricorda il pro­fessor Claudio Stroppa, «la dissoluzione della struttura agraria acuisce l'esodo dei contadini senza terra; la bidonville li ac­coglie e svolge un ruolo di mediazione tra città e campagna. La bidonville molto spesso si consolida e offre ai suoi abitanti un "surrogato" di vita urbana, se si vuole miserabile, ma molto intensa».
Gli effetti di queste contraddizioni so­no evidenti nell'espansione delle città. Si tratta di spazi complessi, in cui sono pre­senti molti dei contrasti che caratterizza­no la vita del pianeta. Si tratta di città di­vise da numerosi confini, il cui semplice attraversamento produce il senso di pas­saggio da una frontiera all'altra. Ma sono frontiere non semplicemente fisiche: per entrare negli slum si passa dalla "frontie­ra della paura", mentre per accedere ai quartieri ricchi si attraversa il "confine del benessere".
Le città così frammentate, invece di essere il luogo dell'incontro e dell'inte­grazione tra gruppi sociali diversi per li­vello economico, cultura e provenienza, si trasformano in una sorta di arcipelago costituito da molte isole (island), segnate dalla qualità delle loro costruzioni, dalla presenza (o mancanza) di infrastrutture e servizi, dalle maggiori o minori condizio­ni di sicurezza.
Ovviamente, le isole comunicano, i loro abitanti intrecciano rapporti, e una chiave di entrata da un'isola all'altra è la convenienza economica, 'capace d'istitui­re relazioni e gradi di comunicazione. Ai ricchi serve la manodopera che costa po­co e i poveri hanno bisogno di lavorare. Nascono, così, gli scambi, i subappalti, la fornitura di servizi, il commercio negli slum di prodotti industriali. Protagonista di questo flusso è il settore informale del­l'economia, capace di generare posti di lavoro, reddito e capacità di risparmio per la maggioranza degli abitanti degli insediamenti informali.
Le island vivono fianco a fianco e, nel­la quotidianità, a volte si confondono. Ma presentano aspetti fortemente contrastan­ti: ci sono island city ("città-isola") ricche, del Primo mondo, e altre povere, del Ter­zo mondo. Da un punto di vista estetico, il moderno grattacielo e la baracca sono i simboli di città-arcipelago, come Nairobi, Johannesburg e Rio de Janeiro.
Le island city vivono su due livelli. Una parte "sta in alto", legata economicamen­te con il resto del mondo, perché la tec­nologia che sostiene la rete globale per­mette di lavorare e comunicare via etere. Questa parte dell'arcipelago sta al di so­pra dell'altra e, spesso, comunica di più in senso orizzontale (con le lontane città di pari grado) che non verticalmente (con il resto della città stessa). La parte povera dell'arcipelago, invece, è fortemente at­taccata alla terra, perché lotta ogni giorno per appartenere a quella terra, sia occu­pando le strade con i lavori informali, sia costruendo la propria casa, generalmente piccola, almeno all'inizio, per poter esse­re edificata nel minor tempo possibile.
Nell'Africa subsahariana, in Ameri­ca Latina, in Medio Oriente e in alcune regioni dell'Asia, l'urbanizzazione senza crescita è anche il risultato di una con­giuntura mondiale specifica - la crisi del debito della fine degli anni Settanta e la ristrutturazione delle economie in via di sviluppo sotto l'egida del Fondo moneta­rio internazionale (Fmi) negli anni Ottan­ta - più che l'esito di non si sa quale legge coercitiva del progresso tecnologico.
L'esplosione delle bidonville è stata analizzata dal rapporto del 2003 delle Nazioni Unite, The Challenge of Slums ("La sfida delle baraccopoli"). Il testo, primo vero studio su scala mondiale sulla povertà urbana, comprende intelligente­mente diverse inchieste locali, da Abidjan a Sydney, e statistiche globali che inclu­dono, per la prima volta, la Cina e i paesi dell'ex blocco sovietico. Il rapporto lancia un avvertimento sulla minaccia planetaria della povertà urbana. Gli autori definisco­no le bidonville come spazi caratterizzati da: sovrappopolamento, abitato precario o informale, ridotto accesso all'acqua cor­rente e ai servizi igienici, vaga definizione dei diritti di proprietà.
Si tratta di una definizione pluridi­mensionale e, in parte, restrittiva, sulla base della quale si stima, comunque, che la popolazione delle baraccopoli ammon­tava nel 2001 ad almeno 921 milioni di persone. Oggi gli abitanti di questi agglo­merati rappresentano il 78,2% della po­polazione urbana dei paesi meno svilup­pati e un sesto dei cittadini del pianeta. Se si considera la struttura demografica della maggior parte delle città del Terzo mondo, almeno metà di questa popola­zione ha un'età inferiore ai vent'anni.
Il tasso più alto di abitanti di barac­copoli è registrato in Etiopia e in Ciad (99,4% della popolazione urbana).
Se­guono Afghanistan (98,5%) e Nepal (92%). Tuttavia, le popolazioni urbane più nella miseria sono certamente quelle di Maputo (Mozambico) e Kinshasa (Rd Congo), dove il reddito di due terzi degli abitanti è inferiore al minimo vitale gior­naliero. A New Delhi, gli urbanisti deplo­rano l'esistenza di «baraccopoli all'inter­no di baraccopoli»: negli spazi periferici, alla storica classe povera della città espul­sa alla metà degli anni Settanta si aggiun­gono nuovi arrivi, che colonizzano gli ultimi interstizi liberi. Al Cairo (Egitto), i nuovi arrivati occupano e affittano parti di abitazioni sui tetti, generando nuove bidonville "sospese in aria".
La popolazione delle baraccopoli è spesso sottostimata, talvolta in grandi proporzioni. Alla fine degli anni Ottanta, per esempio, Bangkok (Thailandia) ave­va un tasso "ufficiale" di povertà solo del 5%, mentre alcuni studi dimostravano che un quarto della popolazione (1,16 milioni di persone) viveva nelle bidonvil­le e in abitazioni di fortuna.
Esistono oltre 250mila baraccopoli nel mondo. Le cinque grandi metropo­li dell'Asia del sud (Karachi, Bombay, Delhi, Calcutta e Dacca) ospitano quasi 15mila zone urbane tipo bidonville, per una popolazione totale di oltre 20 milioni di persone. Gli abitanti delle baraccopoli sono ancora più numerosi nella costa del­l'Africa Occidentale, mentre immense co­nurbazioni di povertà si estendono verso l'Anatolia e gli altopiani dell'Etiopia, coinvolgono le zone ai piedi delle Ande e dell'Himalaya, proliferano all'ombra dei grattacieli di Città del Messico, Johanne­sburg (Sudafrica), Manila (Filippine), Sào Paulo (Brasile) e colonizzano lè rive del Rio delle Amazzoni, del Congo, del Ni-ger, del Nilo, del Tigri, del Gange, dell'Ir-rawaddy e del Mekong.
I nomi del "pianeta-bidonville" sono tutti intercambiabili e, allo stesso tempo, unici nel loro genere: bustees a Calcutta, chawl e zopadpatti a Bombay, katchi abadi a Karachi, kampung a Giacarta, iskwater a Manila, shammasa a Khartoum, umjondo-lo a Durban, intra-muros a Rabat, bidon­ville a Abidjan, baladi al Cairo, gecekondou ad Ankara, conventillos a Quito, favelas in Brasile, villas miseria a Buenos Aires e co­lonias populares a Città del Messico.
Un recente studio, pubblicato dal­la Harvard Law Review, stima che l'85% degli abitanti delle città del Terzo mondo non possiede alcun titolo di proprietà le­gale. È all'opera una contraddizione stri­dente, perché il terreno dove crescono gli slum è di proprietà dei governi, mentre le case costruite sono di proprietà di pochi che impongono affitti salati ai poveri ur­bani, i quali non possiedono neppure la baracca in cui vivono.

Forme di insediamento

I modi di insediamento delle baracco­poli sono molto variabili: dalle invasioni collettive disciplinate di Città del Messico e Lima fino ai complessi (spesso illegali) sistemi di affitto di terreni alla periferia di Pechino, Karachi e Nairobi. In alcune cit­tà, per esempio Nairobi, lo stato è formal­mente proprietario della periferia urbana, ma la speculazione fondiaria permette al settore privato di realizzare enormi pro­fitti a spese dei più poveri. Gli apparati politici, nazionali e regionali, contribui­scono a questo mercato informale (e alla speculazione fondiaria illegale) e riescono addirittura a controllare i vassallaggi poli­tici degli abitanti e sfruttare un flusso re­golare di affitti e mazzette. Privi di titoli di proprietà legali, gli abitanti delle baracco­poli sono costretti a una dipendenza qua­si feudale dai politici e burocrati locali. Il minimo strappo alla legalità clientelare si traduce con l'espulsione.
L'offerta d'infrastrutture, al contrario, è lontana dai ritmi di urbanizzazione, e le baraccopoli spesso non hanno alcun accesso all'igiene e ai servizi del settore pubblico. Eppure, nonostante siano luo­ghi che si definiscono in termini di assen­za - ciò che non hanno dice ciò che sono -, gli slum raggiungeranno i 2 miliardi di abitanti nel 2030, perché rappresentano l'unica soluzione abitativa per l'umanità in eccesso del 21° secolo.
Le baraccopoli potrebbero trasfor­marsi in vulcani pronti a esplodere? E gli abitanti trasformarsi in soggetto politico capace di "fare storia"? Molto dipenderà dalla capacità di sviluppare una cultura di organizzazione collettiva, anche se, come spiegava Kapushinski, «i poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non piange, non ha voce. La miseria soffre, ma soffre in si­lenzio. La miseria non si ribella. Infatti, i poveri insorgono solo quando pensano di poter cambiare qualcosa».
Sapremo essere parte di questo cam­biamento?

Articolo tratto da Korogocho.org