10 dicembre 2008

Sete di vendetta


Iran, impiccato per alcuni minuti e deposto ancora vivo per vendetta
Giustiziato «a metà» per volontà dei familiari della vittima. Danni irreversibili a cervello e spina dorsale.

Un uomo condannato a morte in Iran è stato lasciato pendere a lungo dalla forca prima di essere deposto ancora vivo, ma con probabili danni irreversibili al cervello e alla spina dorsale, per volere dei familiari della persona che aveva ucciso. L'episodio è avvenuto domenica a Kazerun, città nel sud del Paese, secondo quanto scrive l'agenzia Irna, che titola la notizia «dolce epilogo di una esecuzione».
Un epilogo arrivato però dopo che il condannato, secondo la stessa agenzia, era rimasto appeso «per alcuni minuti».
Un tempo sufficiente per subire danni irrimediabili.
Secondo i dettami della legge islamica vigente in Iran, il condannato a morte per omicidio ha salva la vita se i familiari della vittima gli concedono il «perdono», in cambio di un risarcimento in denaro. In questo caso, evidentemente, i parenti della vittima hanno voluto assaporare la sofferenza del condannato prima di fermare l'esecuzione e intascare il denaro.

Articolo tratto da Corriere.it

Evviva la legge del taglione...che brutte cose!

08 novembre 2008

Speranze...


Un po' Clinton, un po' Reagan il nuovo stile della Casa Bianca

Afrontare subito il pubblico: lo fece soltanto il presidente Kennedy con i topolini della stampa. La battuta sul cane: sarà un incrocio come me.

Poiché la presidenza americana è stile, prima ancora che sostanza, se guidare una nazione di nazioni come questa è capacità di parlare direttamente alla gente, prima ancora di pretendere di governarla, è davvero cominciato un giorno nuovo, negli Stati Uniti.
Uno nel quale il futuro presidente sa addirittura prendere in giro sè stesso, non gli altri, e promette di regalare alle bambine un cagnolino senza pedigree, un mutt, un incrocio di razze, "come sono io", sdrammatizzando con una parola sola tutta la retorica debordante del "nero alla Casa Bianca". E ricordarci, sorridendo, che tutti, al mondo, siamo mutt, incroci di razze diverse, come lui.
Per fare quello che soltanto il suo ovvio modello, Kennedy nel 1960, fece, affrontare subito, a urne ancora calde l'esame pubblico della conferenza stampa per dirci, implicitamente e quasi subliminalmente, che lui non ha paura di quello che lo aspetta e dunque neppure noi dobbiamo avere paura, ha scelto un giorno di nuovi, e spaventosi scricchiolii dell'economia americana. 240 mila disoccupati in più, un milione e 200 mila posti di lavoro scomparsi soltanto quest'anno, la General Motors che fa sapere di avere finito i soldi.
Lo fa non perché abbia soluzioni miracolose da offrire per raddrizzare il bilancio catastrofico ereditato dal predecessore Bush, oltre l'attesa promessa di un "stimolo" di una nuova pioggia di assegni e di riduzioni fiscali per la classe media, ma per indicare da subito quale sarà il proprio stile di governo, la "trasparenza" che aveva promesso, quella voglia di "assumersi le responsabilità".
Come Reagan giocava al buon padre che rimbocca le coperte ai bambini la sera, così Barack Obama vuol dare il senso, e non ancora la sostanza, che lassù, all'ultimo piano del potere, sta entrando un giovane adulto. Non più un vecchio ragazzo.
John F. Kennedy, che adorava il rischio delle conferenze stampa e si divertiva a bluffare con i giornalisti, attese appena 48 ore, dalla vittoria strettissima dell'8 novembre al giovedì successivo, il 10, per convocare la stampa e affrontare subito il problema della Guerra Fredda. Lui ha aspettato 72 ore per mostrarci che cosa sarà "l'Obama Style", il doppio volto di un uomo capace di voli retorici quando servono per eccitare la folla, "Yes we Can!", di autoironia, per smontare il "culto" del "nero" e ricordarci che lui è, come il futuro cagnetto, tanto bianco quando nero, ma anche di gelida serietà, quando la festa finisce e arriva il conto.
Lo "stile Obama" non è quello di Kennedy, del gattone che gioca con i topolini della "press" e magari mente, come fece JFK negando di avere problemi di salute. Il "presidente eletto" come vuole il suo titolo prima del 20 gennaio, semmai ricorda quello di Franklyn Roosevelt e del suo "la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa".
Obama è un centrista clintoniano, non quel "marxista in pectore" che la campagna avversaria aveva cercato invano di dipingere, un seguace di quel "parlare a sinistra e governare al centro" che Clinton, un altro che assaporava le conferenze stampa fino a quando fu costretto a parlare non di politica ma a mentire su "relazioni sessuali che non ho mai avuto", aveva adottato.
Governare al centro, per la classe media che è di operai come di impiegati e di "Joe l'Idraulico", è la sua proposta rivoluzionaria, dopo 8 anni di politica fiscale che aveva risucchiato la ricchezza proprio dalla classe media verso l'alto, senza ricadere. Riorientare la grande nave del governo federale verso i "paycheck" le buste paga, e non i dividendi o i bonus, è la prima cosa che ha detto ieri da "eletto", con quella serietà vellutata, ma ferrea, cordiale e distante, come vuole la "gravitas" delle istituzioni che è il suo "stile". Di uno che capito che questa terribile fine 2008 non è tempo di barzellette. Il coro muto dei clintoniani che gli facevano da sfondo, a cominciare dal suo nuovo capo di gabinetto, un altro prodotto di quella dura, cinica, realista "scuola politica di Chicago", Rahm Emanuel, era la testimonianza che il clintonismo senza Clinton è tornato alla Casa Bianca. Un Obama 1 che comincia a somigliare a un Clinton 3.
Chi ricorda le esitanti conferenze stampa di "W" Bush che le centellinava per paura, la rabbia torva di Nixon che gridava "non sono un mascalzone", sapendo di esserlo, il tedio mortifero dell'ingegnere Jimmy Carter che passava dal misticismo alla pignoleria del tecnico che spiega il funzionamento di un reattore, non può non rallegrarsi che alla Casa Bianca sia tornato qualcuno che avvicina l'abilità comunicativa di Reagan, la composta serietà di Bush il Vecchio, la capacità di sorridere, quando è giusto farlo, di Kennedy, discutendo anche del cagnetto per le bambine.
Scelta per la quale, "ho consultato ex presidenti e il presidente in carica", il cui terrier ieri ha morso la mano di un reporter, forse geloso del futuro "first dog" che lo soppianterà, del nuovo "cane supremo" e allegramente "bastardini".
Anche chi gli aveva votato contro, pensando all'arrivo di un ideologo con piani quinquennali in tasca, ha visto che alla Casa Bianca non è arrivato soltanto un uomo giovane, snello ed elegante. Ma qualcuno che invece di provare pietà per i poverelli, come proclamava Bush il "conservatore compassionevole", sa che la macchina del governo, la sola lobby dei senza lobby, deve riportarli al centro del proprio lavoro. O rischiare di distruggere il "sogno" di tutti, non soltanto quello, ora finalmente realizzato, di Martin Luther King.

Articolo tratto da Repubblica.it

Un'altra guerra senza fine


Congo, ancora scontri.
Dall'Onu appello alla pace


«La situazione nell'est del Repubblica congolese è drammatica, occorre un'immediata applicazione tutti gli accordi già firmati per garantire una pace e una stabilità durevoli nella regione».
A lanciare l'ennesimo allarme sulla crisi in Congo è stato il segretario delle Nazioni Unite, Ban
Ki-Moon, durante il summit internazionale tenutosi venerdì a Nairobi.
Al termine dei lavori, i capi di Stato hanno rivolto un appello per un «cessate il fuoco immediato» e la creazione di un corridoio umanitario per assistere la popolazione civile. A margine della conferenza, alla quale hanno partecipato anche i presidenti della Repubblica congolese, Joseph Kabila, e del Ruanda, Paul Kagame, i rappresentati degli Stati africani hanno dichiarato di essere disponib
ili a inviare forze di peacekeeper, e hanno chiesto all'Onu di rendere più forte il mandato dei caschi blu che operano già nella regione, rifornendoli di risorse adeguate. Immediata è stata la risposta delle milizie ribelli del Congresso Nazionale del Popolo, che hanno definito il vertice «un'altra riunione inutile».
Una
dichiarazione che rispecchia la chiusura di ogni fronte diplomatico e la drammaticità di un conflitto che rischia di estendersi a tutta la regione dei Grandi laghi africani. Intanto, nell'epicentro della guerra civile, la provincia settentrionale del Kivu, sono ripresi gli scontri fra i ribelli guidati da Laurent Nkunda e i Mai-Mai, i miliziani filo-governativi congolesi fiancheggiati adesso dalle truppe dell'Esercito angolano. Nella città di Kibati, a una decina di chilometri da Goma, capoluogo del Kivu, i combattimenti tra i fronti opposti hanno seminato il panico fra i rifugiati di un campo profughi, in attesa di ricevere cibo dal Pam, il Programma alimentare mondiale dell'Onu.
E a Goma, dove non si ferma l'esodo di migliaia di profughi, in fuga dalla scia di sangue provocata da ribelli e miliziani, la condizione dei rifugiati, in emergenza alimentare e sanitaria, è sempre più disperata. Secondo l'Onu, che ha inviato nel Kivu un'equipe di ispettori per indagare sulla violazione dei diritti umani e sul massacro di 20 persone da parte dei ribelli congolesi, gli sfo
llati nei campi di profughi a nord di Goma sarebbero almeno 65 mila, e altre migliaia starebbero per arrivare. L'unica notizia positiva arriva dal ministero degli Esteri tedesco, e riguarda Thomas Scheen, il giornalista belga corrispondente del quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung rapito martedì scorso nei territori a nord-est del Congo durante un combattimento tra miliziani e ribelli.
Scheen sarebbe in salvo e nelle mani della Monuc, la missione di caschi blu delle Nazioni Unite.

Articolo tratto da L'Unità.it

Lezioni di volo...per "ciechi"


Pilota perde la vista in volo per un infarto atterra guidato da un collega della Raf

E' successo nel Regno Unito. Alla guida di un piccolo Cessna, l'uomo ha lanciato l'allarme. Un comandante della Royal Air Force lo ha aiutato. Adesso è in ospedale.



Gli viene un infarto mentre pilotava un aereo, e perde la vista. Il pilota britannico, Jim O'Neill, ha lanciato subito l'allarme, ed è stato guidato nell'atterraggio da un pilota militare. Lo ha annunciato la Raf (Royal Air Force), l'aviazione militare britannica.
O'Neill ha chiesto aiuto dopo che improvvisamente ha perso la vista, 40 minuti dopo il decollo durante un volo in solitario dalla Scozia al Sud-Est dell'Inghilterra. Secondo la Bbc il pilota, che si trovava a bordo di un piccolo Cessna, ha perso la vista a 5.500 piedi (1.676 metri) di altezza. "E' stato terribile - ha detto il pilota - improvvisamente, non riuscivo a vedere il quadrante davanti a me".
In un comunicato stampa l'aviazione ha riferito che O'Neill ha inizialmente creduto di essere stato "abbagliato" dall'intensità della luce del sole e ha effettuato una chiamata d'emergenza chiedendo aiuto.
Successivamente si è reso conto che qualcosa di più serio stava accadendo e ha detto: "Voglio atterrare, il più presto possibile".
Il comandante della Raf, Paul Gerrard, stava proprio per fine un volo di addestramento nelle vicinanze ed è stato scelto per aiutare il pilota in panne. Il 65enne è in cura in ospedale dove sta iniziando a riacquistare la vista.

Articolo tratto da Repubblica.it

13 settembre 2008

Fantascienza?


Ecco la risposta degli americani all'Lhc del Cern europeo

La posta in gioco: una delle maggiori scoperte scientifiche potenziali nella storia dell'umanità. Ovvero capire se l'universo si ferma alle solite quattro dimensioni (le tre spaziali più il tempo) o va oltre, e forse ben oltre.
Gli strumenti, per questa gara tra scienziati: da un lato il grande Lhc del Cern europeo, appena messo in funzione, e dall'altro un minuscolo apparato che i suoi concorrenti Usa del Fermilab stanno costruendo. Una macchina puntata su una delle più misteriose e anomale particelle del nostro universo: il neutrino.
E' competizione, come è sempre stata tra la scuola europea e americana dei fisici. I primi, e da vent'anni, hanno puntato sul più grande anello di accelerazione e collisione possibile. E, dopo due decenni di progetti, prototipi, prove, hanno effettivamente messo a punto il massimo "frantumatore" di materia elementare mai realizzato. Una macchina di 27 chilometri di circonferenza, l'Lhc del Cern, in grado di esplodere un protone (contro altri protoni) per capire che cosa c'è dentro. E così trovare la chiave della gravità (il bosone di Higgs), e forse anche della supersimmetria, ovvero di quelle particelle-ombra che, alcuni teorizzano, potrebbero essere il trait d'union tra l'universo percepibile ai nostri sensi e un universo in realtà più vasto, multidimensionale, o persino (per alcuni) multiuniverso.
E quindi, forse, anche di capire, per questa via, che cosa sia questa materia oscura che circonda molte galassie, e soprattutto l'energia oscura che, con la prima, fa ben il 90% del creato, secondo le ultime scoperte dell'astrofisica.
La posta in gioco è quindi questa. Cambiare il paradigma scientifico tutto intero, arrivare a una nuova visione della materia e dell'energia.
Gli americani del Fermilab sono espliciti sulla ricerca nella multidimensionalità. Hanno dovuto abbandonare, anni fa, la strada dei super-acceleratori tipo Lhc (collaborano all'esperimento Cern, ma un po' defilati) però, a soli due giorni dall'accensione dell'anello di Ginevra, hanno annunciato qualcosa di altrettanto interessante.
Il loro punto di partenza è una particella misteriosa, anomala, una sorta di pecorella nera della fisica: il neutrino.
Piccolissimo, quasi invisibile (fino a pochi decenni fa) capace di attraversare la terra e la materia come se fosse una mongolfiera, il neutrino riserva, secondo i fisici del Fermilab, numerose sorprese.
Come quella dell'anno scorso, verificatasi nel MiniBooNe del Fermilab. Un laboratorio che studia queste particelle, emesse dal loro acceleratore (il Tevatron, molto più piccolo dell'Lhc).
Ebbene, spiega Scienfic American, i ricercatori Usa, dopo aver osservato e misurato i neutrini di provenienti dalle collisioni del Tevatron li hanno classificati secondo tre tipi, o "gusti" (flavours), neutrini electrons, muons o tau. E hanno scoperto che quelli generati dal Tevatron (in gran maggioranza di tipo "muone") si tramutavano, inesplicabilmente e rapidamente, in tipo "electron".
Un mistero, e di conseguenza un'ipotesi: che un quarto tipo di neutrino, a noi invisibile, venga immesso e rimbalzi, di continuo, in e da una misteriosa extra-dimensione. Un neutrino "inerte", capace di cambiare "flavour" ad ogni mutazione extra-dimensionale.
Sarebbe in tal caso la dimostrazione, se provata, della predizione della teoria delle super-stringhe che appunto cerca di unificare le leggi gravitazionali con la meccanica quantistica attraverso l'apporto di super-dimensioni. Da due a sedici, secondo le varie speculazioni degli ultimi vent'anni.
Oppure, dove stanno convergendo le ipotesi, la prova di un universo "doppio". Con un nucleo quadridimensionale (a noi percepibile) racchiuso in una nuvola di almeno dieci dimensioni. E il neutrino, senza carica ma con una piccola massa, autonomo dalla materia atomica, sarebbe appunto il tramite, il messaggero capace di viaggiare da una dimensione all'altra, e di mutarsi nel percorso.
Nel 2005 un gruppo di scienziati (Pas, Pakvasa, Weiler) predissero così queste mutazioni di "gusti", effettivamente rilevate l'anno scorso al Fermilab.
Oggi i fisici del MiniBooNe vogliono vederci chiaro. E hanno ideato un rivelatore per neutrini fatto di un grande contenitore criogenico (170 tonnellate di argon liquido) in cui i neutrini lasciano una traccia elettricamente visibile (uno simile è in funzione nel laboratorio del Gran Sasso dell'Infn in Italia, sotto diversi chilometri di roccia).
Questo rivelatore ad argon permetterà ai ricercatori Usa di misurare con precisione i neutrini e i loro "flavours". Le loro oscillazioni, i loro cambiamenti, le risposte a vari livelli di energia. Al 2011 il rivelatore, ora approvato dal Fermilab, comincerà il suo lavoro. E, nelle speranze dei fisici Usa, sarà solo il primo di una lunga serie.
Se, infatti, darà indizi sul mistero dei neutrini, con soli 15 milioni di dollari (contro 6 miliardi di euro dell'Lhc) avrà spalancato una porta scientifica epocale. Dimostrando che le grandi collisioni dell'Lhc (che punta, in fondo, sullo stesso obbiettivo ma via semplice frantumazione dei protoni) potrebbero non essere la sola pista di ricerca. E nessuno, oggi, può dire quale approccio si rivelerà il più produttivo di risultati.

Articolo tratto da IlSole24Ore.com

Ultime notizie da Ol Moran


Anche se nessuno ne parla più, la situazione in Kenya non è ancora ovunque molto tranquilla...


"...Dopo le infauste elezioni dell'anno scorso, la situazione non e' piu' tornata alla normalita', sono continuate come uno stillicidio infinito le razzie notturne dei Pokot a danno della povera gente colpevoli di avere qualche animale domestico.
Come vi ho mandato informazioni in questo senso altre volte, sono continuati gli scontri fra le due tribu' Samburu e Pokot, che si combattono per le zone di pascolo e le pozze d'acqua per gli animali domestici. Naturalmente quando ci sono cosi' tante armi in giro in mano ai tribali, ci scappa sempre la razzia notturna per rubare gli animali domestici delle altre tribu', come i Kikuyu e Turkana, cosi' pure qualche ferito e anche qualche morto. Risultato le tribu' stanziali sono rimaste particolarmente penalizzate dalla vicinanza di queste tribu' assai bellicose, hanno perso tutti gli animali domestici in cui confidavano, che era praticamente la loro banca, e vivono nella piu' grande poverta', diciamo pure che c'e' anche fame. Attraverso il gruppo "Giustizia e Pace" abbiamo tenuto una registrazione dati di tutti questi incidenti, con tutte le informazioni del caso e sono piu' di 130 in sei mesi! Pero' c'e' anche da dire che questi saranno circa meta' degli incidenti realmente avvenuti, perche' la gente si e' scoraggiata e non riporta neanche piu' alla polizia.
La conseguenza e' che diventa piu' difficile anche la nostra vita di ogni giorno con continui problemi creati da questa situazione irreale. Aggiungi che i funzionari del Governo e della polizia, che dovrebbero prendersi cura di questi problemi, sono stati comprati dai pastoralisti, perche' non facciano niente per raccogliere le armi illegali.
Noi cerchiamo di stare vicino alla nostra gente, condividendo i loro problemi, le loro sofferenze e difficolta': piu' volte abbiamo anche organizzato programmi di "food for work" con gli aiuti
che riceviamo dall'Italia, in modo di aiutare le famiglie che non hanno cibo, evitando il dare gratis, che crea la dipendenza. "Food for work" funziona cosi': si individua un lavoro urgente e utile per la comunita', come una diga di un laghetto, o una strada da riparare, si calcola quante persone e quanto tempo ci occorre per portare a termine l'opera, poi si tira a sorte tra quelli
che si sono presentati, perche' il numero e' sempre molto di piu' delle persone occorrenti per il progetto, poi il lavoro procede per 8 giorni al mese, ogni persona ha la sua misura di lavoro giornaliero, completato il quale puo' tornare a casa. L'ultimo giorno di lavoro si consegna il cibo che consiste in 18 Kg di granoturco, 3 kg di fagioli e 2 kg di margarina, il tutto corrisponde
a circa 10 Euro."

Don Giovanni

Lettera tratta da BlogDegliAmiciDiOlMoran

07 luglio 2008

Copioni?


La tavola che racconta la storia del messia risorto prima di Cristo

L'interpretazione dell'iscrizione su un reperto del Mar Morto divide gli studiosi.

E' uno dei reperti storici più controversi dell'antichità e la sua dubbia interpretazione da circa un decennio causa interminabili dibattiti tra insigni studiosi internazionali. Si tratta di una tavola di pietra, scoperta circa dieci anni fa vicino al Mar Morto e lunga circa 90 cm. Su di essa sono iscritti 87 versi in ebraico che narrano la storia di un Messia che sarebbe risorto tre giorni dopo la sua morte. Niente di nuovo se si pensa alla storia di Cristo narrata nei Vangeli, ma vi è un particolare davvero singolare: il reperto storico risalirebbe ad un’epoca antecedente alla nascita di Gesù. A riproporre il mistero di questa tavola di pietra, conservata all'Israel Museum di Gerusalemme, è il New York Times: il quotidiano della Grande Mela afferma che nuovi interessanti particolari su questo reperto saranno rivelati nei prossimi giorni durante una conferenza che si terrà nello stesso museo di Gerusalemme per festeggiare i 60 anni dalla scoperta dei Manoscritti del Mar Morto (i preziosissimi frammenti archeologici ritrovati in undici grotte nell'area di Qumran a metà del Novecento)
Scoperta da un antiquario giordano e in seguito comprata dal collezionista svizzero di origine ebraiche David Jeselshon, secondo alcuni studiosi questa tavola di pietra metterebbe seriamente in discussione l’originalità del Cristianesimo e della resurrezione di Cristo. Gran parte del testo riporterebbe passi dell’antico Testamento, specialmente i libri dei profeti Daniele e Zaccaria in cui l’angelo Gabriele presenta una visione apocalittica della storia di Israele. Secondo gli archeologi tra le iscrizioni presenti sulla tavola vi sarebbe anche un passo in cui è raccontata la storia di un Messia risorto dopo tre giorni. Ciò confermerebbe che una vicenda simile a quella della Resurrezione di Cristo era presente nella cultura ebraica prima che Gesù nascesse ed era ben conosciuta dai cittadini che vivevano nell’antico Israele. Successivamente sarebbe stata ripresa dai seguaci di Gesù e riadattata per diffondere la nuova fede. Altri studiosi sembrano più cauti: essi sottolineano che sulla pietra molte parole appaiono illeggibili, in alcuni punti sono addirittura scomparse, quindi è impossibile per adesso stabilire la verità.
Una ricerca pubblicata l’anno scorso da Ada Yardeni e di Binyamin Elitzur, entrambi studiosi di iscrizioni antiche, sulla rivista specialistica «Cathedra» gettò una nuova luce sul mistero della tavola di pietra: l'articolo, intitolato «La rivelazione di Gabriele» confermava che la pietra risalisse al I secolo A.C. e i due studiosi mettevano in dubbio che il tema del Messia risorto fosse un evento raccontato per la prima volta dai Vangeli cristiani. A dire il vero già nel 2000 il professor Israel Knohl della Hebrew University aveva presentato una dettagliata e originale interpretazione sulla contiguità tra la resurrezione di Cristo e un precedente racconto ebraico che aveva come tema il Messia risorto. Nel libro intitolato «Il Messia prima di Gesù» Knohl asseriva che il protagonista della resurrezione di cui parla la tavola di pietra era un certo Simone, un condottiero ebreo che avrebbe scatenato una rivolta all’indomani della Morte di Erode per liberare Israele dal giogo romano. Tale vicenda sarebbe presente anche nel Talmud, uno dei testi sacri dell’Ebraismo e la rivolta sarebbe stata brutalmente soffocata dalle armate romane. Secondo lo studioso, la tradizione narrava di questo condottiero, che sebbene ucciso, sarebbe risorto tre giorni dopo la morte e avrebbe aperto la strada della libertà al popolo di Israele. Secondo lo studioso ciò risulta chiaro nei versi 19-21 presenti sulla tavola di pietra nei quali si può leggere: «In tre giorni tu saprai che il diavolo sarà sconfitto dalla giustizia» mentre in altre righe si legge che il sangue e la morte del Messia sono la strada che porterà alla giustizia. Infine in due altri versi successivi, difficili da decifrare, Knohl sostiene che vi siano scritte le testuali parole: «Dopo tre giorni tu rivivrai, Io, Gabriele, te lo comando» (Gabriele è l'arcangelo che secondo la religione ebraica era il messaggero di Dio. Nel Vangelo di Luca è lui ad annunciare a Maria che partorirà il figlio di Dio)
«Questi versi mettono in discussione l'originalità del Cristianesimo» afferma il professor Knohl. «La resurrezione dopo tre giorni del Messia è qualcosa che esisteva già nella tradizione ebraica prima che Cristo comparisse sulla Terra». Tuttavia molti studiosi non sembrano accettare le tesi del professor Knohl. La stessa ricercatrice Yardeni sostiene che sebbene la tavola di pietra mette seriamente in discussione l'originalità del tema della resurrezione, è abbastanza discutibile affermare che il personaggio storico Simone sia il Messia da cui poi i cristiani avrebbero tratto ispirazione. Anche il professor Moshe Bar-Asher, docente emerito di Ebraico e Aramaico all'Università Ebraica di Gerusalemme appare scettico: «In passi cruciali del testo mancano troppo parole».

Articolotratto da Corriere.it

Oltre alle gambe c'è di più...


La calda estate di Green nelle baraccopoli del Kenya


Il video è da pugno nello stomaco e mostra un ragazzo biondo in bermuda e maglietta rossa che cammina per le luride stradine di un villaggio africano.
Dappertutto, cumuli di immondizia e il fantasma dell’Aids che sembra accompagnarlo ad ogni passo.
Il visitatore è Robert Green, che di mestiere fa il portiere del West Ham a 2
milioni di sterline l’anno (2,5 milioni di euro) e che, al contrario dei colleghi della Premier League che in questi giorni si stanno crogiolando al sole in qualche località esclusiva, per le sue vacanze ha optato per una destinazione decisamente meno glamour ma non meno sconvolgente, ovvero le baraccopoli del Kenya.
, infatti, Green ha trascorso tre settimane a lavorare come volontario per raccogliere fondi per l’AMREF (“The African Medical and Reserach Foundation”) e, prima di tornare a Londra per dare inizio alla nuova stagione con gli Hammers, il giocatore ha affidato al “Sun” il racconto dei suoi 21 giorni in mezzo all’inferno. “La prossima volta che mi lamenterò perché devo stare in un hotel a cinque stelle prima di una partita, penserò alla gente che vive qui. Le loro storie mi hanno colpito davvero moltissimo, ho visto una famiglia di sei persone vivere in una baracca più piccola della mia cucina, ho assistito a scene di violenza e miseria. Noi giocatori viviamo in una bolla, per carità la nostra è una vita meravigliosa, ma io voglio rapportarmi anche con il resto del mondo. Non mi ricordo quello che ho fatto l’anno scorso in vacanza, ma di sicuro questo viaggio lo ricorderò per sempre”. E le immagini parlano chiaro: a Kibera, la seconda baraccopoli più grande dell’Africa, la gente muore di tubercolosi e Aids praticamente ogni giorno. “Non è Saint Tropez, questo è poco ma sicuro – ha proseguito Green – e la prima cosa che ho avvertito quando sono sceso dalla jeep è stato il fetore, causato da un miscuglio di plastica bruciata, legno arso e rifiuti umani. Un odore nauseabondo che mi è rimasto appiccicato addosso ai vestiti per giorni interi”.
Il
portiere ha fatto anche l’arbitro in una partita di calcio fra i piccoli di Kibera, che si sono presentati davanti alla celebrità in visita sfoggiando orgogliosi le magliette del Manchester United, dell’Arsenal e dell’Inghilterra, perché qui, fra questi vicoli maleodoranti, dopo la religione, l’ossessione vera si chiama Premier League. “Non condanno il mondo del calcio – ha concluso Green – perché è la mia vita da 20 anni e adoro quello che faccio. Ma d’ora in avanti, quando qualcuno mi chiederà che cosa ho fatto della mia vita, potrò dire di aver visto un altro aspetto dell’Africa”.

Articolo tratto da Gazzetta.it

28 giugno 2008

Informazione alternativa


Una Tv per raccontare un'altra Nairobi

Slum TV è una televisione creata da un gruppo di giovani filmakers e fotografi kenioti di Mathare, una delle baraccopoli più violente e popolose di Nairobi. Nella loro tv storie di vita ordinaria e solidarietà.
Di Slum TV non si è mai occupato nessun quotidiano né rivista in Italia.


"Il mio nome è Cosmas Nganga. Sono nato a Mathare 31 anni fa. Ho fatto tante esperienze finora. Nascere in uno slum significa vivere una grande sfida. Dopo le elezioni presidenziali, ci sono stati scontri, molte persone sono state uccise, molte case bruciate. Molti hanno perso tutto quello che avevavo. Anche io non ho più nulla, l'unica cosa che mi resta sono questi pantaloni che indosso. I miei vicini appartengono alla tribù Luo, io sono l'unico kikuio e sono stato costretto a fuggire". Scorrono nitide come sequenze le immagini che evoca Cosmas Nganga, poche, lapidarie, drammatiche istantanee delle sue ultime giornate in una delle baraccopoli più violente di Nairobi: Mathare. Mathare: 400.000 abitanti, il 10 % della popolazione totale della capitale sopravvive in questa terra che si estende per 1,5 km². In un'area grande quanto 200 campi da calcio convivono 42 gruppi etnici. È la seconda baraccopoli per grandezza del Kenya e una delle più povere tra le 199 censite da Un Habitat, l'Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei senza casa a Nairobi. "Insediamenti informali", così sono definiti gli slum, occupazioni popolari non legali. Esistono, ma non sono riconosciuti dal governo. È il 30 dicembre scorso quando, dopo la proclamazione del presidente Mwai Kibaki contestata dal capo dell'opposizione Raila Odinga, hanno inizio gli scontri. Kibaki, leader del Pnu, è della dinastia Kikuyo, Odinga, leader dell'Orange democratic movement (Odm), è dei Luo. Il bilancio fornito da Abbas Guillet, responsabile della Croce Rossa locale, parla di oltre mille morti, migliaia di feriti e 304mila senza più un tetto. Un vero teatro di guerra civile, su cui sempre di più sembra calare il sipario del genocidio, lo stesso che ha chiuso e dannato nel silenzio un altro terribile palcoscenico della storia: il Ruanda. Nel corso di questi scontri un'intera parte di Mathare è stata saccheggiata, bruciata e poi rasa al suolo. Dietro le parole di Cosmas Nganga, aleggia il fantasma di uomini torturati e derubati. Arsi vivi insieme alle proprie abitazioni. In una spirale di violenza che ha affamato e armato di odio due etnie, Luo e Kikuyo, in una vera e propria carneficina che ora, dopo il mancato accordo tra il Presidente Mwai Kibaki e il Primo Ministro Raila Odinga per la formazione di un governo di unità nazionale, rischia di insanguinare di nuovo il paese. Eppure, dentro questa storia di sangue, odii e vendette, ce n'è un'altra, diversa, che aspetta di essere raccontata. A farlo è Slum TV, una televisione creata da un gruppo di giovani filmakers e fotografi keniani che vivono a Mathare. E che si sono mobilitati in segno di protesta contro la stampa internazionale. La loro prima denuncia arriva all'indomani dei primi scontri dal quotidiano britannico "The Independent": "I media hanno volutamente mostrato solo una parte della realtà, quella negativa" dice Benson Kamau, operatore che ha seguito e filmato il conflitto fin dall'inizio. "Noi mostriamo il bene e il male - continua Kamau - quello che succede dietro le quinte." Così mentre il mondo riprendeva solo le immagini degli scontri scoppiati dopo l'annuncio dei risultati elettorali, i giovani operatori e fotografi raccoglievano storie di solidarietà. Donne di etnia Luo che ospitavano famiglie di etnia kikuyo. Centri di assistenza gestiti da donne keniane nei luoghi in cui le agenzie internazionali non si avventurano, talmente alto è il rischio. Un gruppo di uomini che salvano la vita ad un uomo di un'etnia diversa dalla loro. Gli operatori hanno frequentato solo un corso di due settimane di ripresa e montaggio, imparando da soli le regole basilari del mestiere. Nelle loro mani, una sola videocamera. È un grande impegno: informare e poi formare gli altri attraverso dei corsi. Nata nella strada e per la strada, Slum tv vuole cogliere la vita e l'identità profonda di questa che è una vera e propria città nella città. Una volta al mese, i loro video vengono proiettati davanti a centinaia di persone nella baraccopoli. Nei suoi quasi due anni di vita i principali successi sono state proprio le testimonianze di vita ordinaria. Superando i confini del già visto, questi giovani sono riusciti a fermare quei gesti di umanità che si aprivano, improvvisi, tra lo scorrere di una quotidianità fatta di dolore e distruzione. Alexander Nikolic, artista di origine serba, ci racconta come il fine sia quello di lavorare insieme per realizzare alla fine un archivio, una memoria. "La gente del quartiere - dice Nikolic - guarda la televisione in pubblico: calcio inglese e bolckbusters hoollywoodiani. Abbiamo, dunque, pensato che sarebbe stato più facile applicare le regole della televisione delle origini, in cui qualsiasi proiezione nelle sale cinematografiche era sempre accompagnata da un notiziario. Che, poi, inseriamo in un archivio affinché non si perda. In futuro, quando i cellulari avranno delle telecamere migliori, i video potranno essere uploadati dovunque." Negli ultimi tempi, il principale operatore, Julius Mwelu, ha filmato uomini feriti a colpi di machete, poliziotti aprire il fuoco contro la folla con fucili AK47. "Fino ad oggi il nostro girato era più innocuo, ammette la coordinatrice del progetto, Sam Hopkins, ma quello che ha girato Jilius non è innocuo. Non credo che potremmo mostrarlo a Mathare." Oggi Slum tv rappresenta qualcosa di più e di diverso di una semplice emittente locale. È, prima di tutto, un segnale di speranza. Per Cosmas Nganga e per tutti gli altri giovani dello slum che si ritrovano e raccontano fin dal sito internet. Con il sogno di vedere, attraverso una nuova lente, un presente meno buio e un futuro di pacificazione più vicino. Con in mano la loro videocamera e una nuova storia da raccontare.

Articolo tratto da Korogocho.org

Sorpresa!!!


Un pitone di due metri spunta dal water

Spavento per il proprietario di un appartamento al decimo piano. «Il serpente ha viaggiato attravero le tubature».

Una scena degna di un film horror: un cittadino di Darwin, una città tropicale dell'Australia settentrionale, è andato in bagno e ha visto spuntare un pitone di quasi due metri dal suo water.
Il giornale locale "Northern Territory News" spiega che l'appartamento era al decimo piano di un condominio. Il cacciatore di serpenti Chris Peberdy ha detto al giornale che il pitone, che probabilmente è scappato dalla casa di qualcuno, ha viaggiato attraverso le fognature. «Quando l'ho visto sono rimasto scioccato - ha detto - Non c'è altro modo possibile in cui avrebbe potuto arrivare lì. L'ho dovuto lavare perché era tutto bagnato e un po' maleodorante».

Articolo tratto da Corriere.it